Il mondo non finisce con la California

Un mercoledì di un tempo indefinito, una famiglia americana – padre, madre e due figlie adolescenti – interrompe il suo viaggio su una strada di “un paesino merdoso della Louisiana” per mangiare al Waffle House, uno dei fast food più diffusi nei paesini più o meno merdosi della Louisiana e dell’America intera. Il paesaggio interno di quel Waffle House è rassicurante e inautentico.

Appoggio i gomiti sul bancone. È tutto appiccicoso di sciroppo e sono contenta che questo Waffle House sia uguale a tutti gli altri Waffle House in cui sono stata. So già dov’è il bagno, cosa voglio mangiare e che sapore avrà.

Jess ha quindici anni e arriva da Montgomery, Alabama. È in viaggio con la sua famiglia verso la California perché il mondo sta per finire e loro intendono salvarsi. Anzi, siccome le magliette che tutta la famiglia indossa gridano a caratteri cubitali CRISTO RE TORNERÀ!, è possibile che a Jess e ai suoi il Secondo Avvento non farà altro che bene.

Solo che, dalla prima pagina del Waffle House all’ultima di questo viaggio in giro per le strade del Southwest americano che tanti ne ha salvati quanti altri ne ha perduti, tutto potrebbe cambiare e niente avverarsi:

Buffo come un momento si può essere una cosa e il momento dopo non esserlo più. Solo ieri, ero vergine. Elise era vegetariana. Solo ieri, non essere queste due cose sembrava impossibile.

Solo ieri – anzi, a voler essere precisi tre giorni prima – il viaggio non era che agli inizi.


I classici del romanzo di formazione europeo e, in parte, anche di quello americano mettono il protagonista sulla strada – on the road – affinché il passaggio da un luogo all’altro, l’incontro con persone e abitudini diverse, dunque l’esperienza di tutti quei cambiamenti e il confronto con tutte quelle novità in qualche modo lo segnino, lo facciano maturare. Lo rendano finalmente adulto e capace di stare al mondo in qualità di individuo indipendente e pensante.

Bene.

Cosa ce ne frega a noi dei classici del romanzo di formazione europeo e americano se un racconto adolescenziale e quindi teoricamente di crescita viene ambientato tra un fast food e l’altro? Crescere è veramente quello che vogliamo se la nostra storia non vale di più del retro di un camioncino lasciato solo in un parcheggio vuoto dove pomiciare con un interessante sconosciuto? Cosa ce ne frega della bellezza, del confronto, dell’altro se lo specchio più importante a cui ci rivolgiamo è quello cinguettante del nostro cellulare?

Molto, in realtà, solo che smettiamo di pensare che dopo aver fatto esperienze del genere saremo maturati. Accontentiamoci di farle e di vedere se saremo – anche solo un po’ – cambiati.


Forse mai come in questo caso vale il tormentone: non è importante la meta, ma il viaggio fatto per raggiungerla. Non è importante il finale del libro che vi ho appena svelato, ma il librò in sé.

Mary Miller, Last Days of California, Edizioni Clichy, pp. 250. Ottima traduzione di Sara Reggiani.

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* Siccome lo so che non cliccate il link, leggete almeno il quinto e ultimo dei “perché amiamo i non luoghi nonostante non dovremmo” che ho elaborato durante uno degli ultimi viaggi in America (proprio in Louisiana, actually). Completa il quadro. “Perché, infine, al di sopra di ogni cosa e di ogni teoria, i non luoghi sono super divertenti, sono vuoti ma sono riempibili e, se tu sei nato insieme alla postmodernità come loro e la sai far giocare dentro di te magari facendo finta di essere in un film o in una serie tv o in un libro, i non luoghi ti consumano, è vero, ma ti fanno anche essere esattamente l’io che vuoi esattamente per il tempo che vuoi.” Proprio come è successo e ancora succederà lungo la strada di Jess.

Buon viaggio 😉

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