Il piacere della carta non è il suo profumo | Cinquanta sfumature di grigio

Signori e signore, ma soprattutto signore: ho rimandato questo post a lungo, ma adesso è giunta l’ora. Se la vita vi ha reso più aperte di me, vi prego di considerare questo breve scritto come una confessione allo specchio: la McMusa davanti alla sua anima intellettuale, davanti a quell’immagine di sé che, chissà come mai, se per tutte le altre attività dell’umano divertimento è così normale da considerare Il gladiatore il suo film preferito, la Moto GP l’unica vera passione della domenica e i Take That i perfetti compagni adolescenziali di Nirvana e Guns N’ Roses, per la letteratura, i libri e la scrittura, invece, è sempre stata una terribile snob.

E poi, per un puro caso, un giorno ha capito che era ora di smettere. Un giorno che, per fortuna, precede il 14 febbraio 2015.


Ho letto Cinquanta sfumature di grigio, il bestseller erotico di qualche primavera fa, con la scusa che dovevo parlarne al corso di Letteratura Americana: la storia è, invero, ambientata a Seattle. L’ho iniziato un dopopranzo di un giorno feriale, trattandolo proprio come una materia da lavoro da leggere in orario da lavoro. L’ho finito meno di quarantotto ore dopo, sacrificando sulle sue 600 pagine pasti, serie tv, sonno, igiene personale e rapporti sociali. L’ho, in una parola, divorato.

Meglio: gli ho permesso di divorarmi. E non solo non è stato difficile. È stato anche piuttosto piacevole.

La storia, come voi tutte già saprete, è quella di una giovane coppia che fa un sacco di sesso: Anastasia, lei, è una ragazza fresca di laurea, vergine, dalla personalità neutra, che ama la letteratura inglese ed è digiuna delle più basilari esperienze di vita relazionale, dentro e fuori dal letto; Christian, lui, è un ricco imprenditore non meglio specificato, bello come un adone, con un passato difficile, amante di pratiche sessuali non convenzionali, che suona il piano, veste bene e ama dare ordini. Una volta che le loro vite si intrecciano, la presunta innocenza di lei fa da contraltare alle manie da stalker di lui; i rigidi panni del dominatore di lui si allentano man mano che si fa più stretta la veste da sottomessa di lei. I due si calamitano, si spogliano e iniziano a conoscersi.


Esatto, e poi va a finire come avete appena immaginato.

A discapito di un’imponente mole di parole, infatti, che abbiate letto il libro o meno, davanti a voi vedete la storia scriversi da sola. In un attimo. Vedete le tremende fatiche di lei nel voler conquistare lui, i tentennamenti di lei nel cedere alle insaziabili voglie erotiche di lui, il piacere del primo secondo terzo infinito orgasmo di entrambi, il fascino misterioso di lui di contro ai mille dubbi di lei. Vedete già il lieto fine e tutte le tappe per raggiungerlo. Perché? Perché stiamo provando piacere, signore, ci stiamo divertendo da matti, ma non siamo ancora diventate sceme.

Questa storia l’abbiamo già sentita.

L’autrice inglese E.L. James ha fatto la furba: ha condito con il peperoncino alcune delle verità basilari del nostro essere donna, è diventata miliardaria scrivendo di tutti quei modelli femminili che noi, uno dopo l’altro, cerchiamo di toglierci di dosso o di acquisire gridando contro l’analista, il datore di lavoro, il fidanzato, il padre e la madre. Architettando, per di più, l’astuta mommy porn James, uno schema narrativo geniale: per tutta la durata della storia la parte del cattivo la fa lui. Lui che vuole fare sesso con la frusta e le manette, pretende ma non dà, picchia ma solo sotto contratto, non fa l’amore ma fotte, appare ma non si fa prendere, ti fa godere ma solo da bendata.

Il cattivo lo fa lui ma – attenzione, attenzione – in realtà in questa storia il cattivo non esiste. A dominare è sempre e solo lei. E tu, lettrice, siccome troppo ti immedesimi e la parte di sottomessa la fai davvero, non nei confronti di un uomo ma di un ben più innocuo romanzo, fino all’ultima pagina ancora non lo sai. Fino all’ultima pagina ti chiedi come andrà a finire.

Quando la storia inizia Anastasia è insopportabile: goffa, maldestra e incapace, inciampa sulla porta dell’ufficio di Christian il primo giorno che lo deve conoscere esattamente come potrebbe inciampare qualsiasi di noi, anche solo per un attimo, nei poco dignitosi panni – ahimè – di Bridget Jones. Poi, smettendoli dopo solo qualche pagina, Ana indossa quelli della semplice insicura, una caratteristica che persino io ho cercato di negare a domanda diretta della mia migliore amica – “Non ti capita mai, in pubblico o davanti a un ragazzo, di pensare di aver messo il vestito sbagliato o di esserti pettinata male?” “Ma va, figurati!” – ma che tutte noi abbiamo in comune. Poi, la vergine senza esperienza che ama i libri finalmente scopre il sesso e, con lui, tutta un’altra vasta gamma di modelli: la maliziosa, l’impaurita, la sentimentale, la sottomessa (chiaro), la dipendente e l’indipendente, la sostenuta e la complicata. Senza tralasciare, ovviamente, l’infermiera, la crocerossina, la volontaria: quella donna accucciata là dietro che appena sente che un uomo forte e desiderabile ma scostante e sfuggente ha in realtà subìto un trauma in tenera età e con le sue conseguenze sta intrattenendo una strenua lotta da tempo, be’, signore, qui scattiamo tutte in piedi sull’attenti e guai a chi ci si para davanti nella corsa alla salvezza.


Ho ritenuto Anastasia un brutto modello femminile per la quasi totalità del libro. Mi stupivo delle sue risposte da donna libera e brillante quando spuntavano nel testo inaspettate, e tuttavia la proteggevo quando le pretese di lui si facevano troppo cruente. La accompagnavo divertita nella sua scoperta del sesso, ma poche volte ero complice, più spesso mi sentivo spettatrice. Scoprivo di tifare per lei, tuttavia, in quei rari momenti in cui posavo il libro per fare qualcos’altro. Che cosa voleva questa ragazzina da me, dopotutto?

E perché tutto quel finto sesso estremo, dove non c’è una sola sbavatura, dove tutto è violento ma solo nelle aspettative e mai nella realtà, dove la libido è educata e non c’è traccia di autentico dirty talking, dove trova spazio persino la riflessione e tutto sembra così – alla fine – domato e quasi tenero?

Perché tu, lettrice, in quel letto insieme a Christian devi trovare il tuo spazio, qualsiasi sia la tua posizione preferita, qualsiasi sia la tacca della tua asticella del pudore e la tacca del desiderio. Devi essere Anastasia, la regina del porno inconsapevole. Sì, perché Anastasia, signore, proprio lei è la vera pornografia di questo romanzo, un diorama di modelli femminili sempre diversi, un contenitore vuoto su cui scorrono immagini che tu, lettrice, ammanettata a tua volta e anche piuttosto stretta, ti cuci facilmente addosso. Con sotterraneo e segreto piacere, per di più: il membro di Christian è enorme perché è con gli occhi di Anastasia che lo stiamo guardando.

Eccolo allora, il piacere, il protagonista dominatore del romanzo, che fa scemare tutte queste riflessioni ad un livello di molto successivo a quello primario e spontaneo: la cultura contro la natura, la riflessione dopo il godimento, l’analisi del testo dopo l’avidità nel consumarlo. Per ore il secondo livello può stare sospeso e a primeggiare è solo il primo.

È questo forse un peccato più libidinoso del sesso? Forse.

È questo forse un incantesimo più effimero del sesso? Forse.

È questo, infine, un testo ancora più impari del sesso? Sicuro.

Eppure, a mutandine abbassate e lenzuola sfatte, a pagine consumate e a manette slacciate, chi se ne frega. Nel sacrosanto rispetto della ricerca del piacere di ognuno, il sesso ha più a che fare con la natura che con la cultura.

Dunque, da qualsiasi parte lo vogliate ricevere, se a letto, in un libro o nella vostra solitudine, buona lettura.

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