La gentilezza degli estranei

Una mattina mi sono seduta sul divano con questo libro in mano e mi sono alzata poche ore dopo, una volta finito, provando una nostalgia infinita di quel tempo in cui le persone erano gentili.

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout è una storia molto intensa che – come può essere intensa una fiammata o un’onda o una canzone – inizia e finisce in un arco di tempo molto breve. Il tempo della lettura, intendo. Perché il tempo della storia è invece molto più lungo: 5 giorni in ospedale, che in realtà sono 9 settimane in tutto, che in realtà sono gli anni che intercorrono tra il momento della malattia della protagonista e quello della scrittura del libro. Anni di cui si raccontano solo istanti, incontri significativi, cambiamenti fulminei, rimpianti e nostalgie.

Le illustrazioni di Giordano Poloni.


In quei 5 giorni in ospedale ci sono la protagonista e sua madre che, dopo molti anni di distacco e molte miglia di separazione, si rincontrano in una sospensione dolorosa e insieme consolatoria dell’orologio. In un alternarsi senza sonno di notti e di veglie, di cieli e di ricordi, il tempo sfuma e lo spazio svetta: i loro sguardi vanno al Chrysler di New York, i loro pensieri vanno ai campi di grano e soia dell’Illinois da cui entrambe provengono. Città e provincia, movimento e stasi, ricchezza e povertà: è come se quell’abbraccio madre-figlia in cui si stringono le due donne contenesse in sé – esclusivamente per la durata di quella parentesi di 5 giorni e 5 notti – tutti questi opposti.

Questi e anche tanti altri, in primis quello sotteso a ogni relazione incontrata nel romanzo: un opposto molto attuale, gentilezza e spietatezza.

Che atrocità che un marito non vada a trovare la moglie in ospedale per quasi due mesi. Che incredibile crudeltà una madre e una figlia che poi non si rivedranno più per nove anni e una sorella che non incontrerà mai più i suoi fratelli se non per il funerale del padre. Che barbarità un padre con cui non parlare, un padre che ti fa compiere il cammino della vergogna vestito da donna nelle strade del tuo paese natio quando scopre che tu, figlio, sei gay. Certo, poi ti abbraccia durante la notte, ma non è forse anche questa una barbarità? Che barbarità accettarsi solo in segreto, amare l’autenticità di un altro solo quando si è nascosti e non allo scoperto, in pubblico.


A me è sembrato essere proprio questo il messaggio del romanzo: spesso gli estranei sono lì apposta per proteggerci. Gli estranei sono altre versioni di noi, altre versioni – forse migliori – della nostra famiglia. Nell’incontro con lo sconosciuto spesso si sciolgono macigni, si allentano traumi e e si fanno scoperte decisive.

Che nostalgia della gentilezza, in questa realtà.

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi 2016, pp. 164. Traduzione di Susanna Basso.

PS: questo libro ha un sequel, e anche il sequel ha a che fare con la gentilezza. L’ho recensito qui.

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