New York è casa mia

Ci sono diversi sconvolgimenti categoriali che la città di New York è capace di mettere in atto: il primo riguarda la definizione di casa e il secondo quella, consequenziale, di cittadino. Se sei a New York e ti senti a casa allora vuol dire che quella è davvero la tua casa. Se sei a New York e ti senti a casa allora sei un newyorker e quella casa hai il diritto, la giusta conformazione spirituale e carnale, per trattarla come tua. Anche se fosse per un mese, un giorno, un minuto soltanto.

New York è come Dio: ingiusta e irosa, non puoi che percepirla come amabile, eterna e onnipotente. E funziona così, che se ci credi è possibile.

Nell’esperienza mortale, tuttavia, spesso New York viene trasmessa, prima che sotto forma divina, sotto forma di racconto: di parole, di immagini, di esposizione di souvenir pacchiani ma adorabili, di valigie rigate e cartoline non spedite, di biglietti della metro, di frenesie da shopping, di tovagliolini dei locali, di biglietti da visita degli sconosciuti con cui hai parlato nei bar, di ticket dei teatri, dei cinema, dei musei, dei concerti e dio solo sa cos’altro.


Una foto della collezione newyorchese di Augusto Montaruli.



Lontani nel tempo e inglobati in uno spazio parlante, siamo ancora troppo turisti così.

A spezzare l’incanto del primo approccio è la voce di Jonathan Lethem. Che arriva non da Manhattan, ma da Brooklyn, dalla Brooklyn degli anni Settanta, quella scassata e adolescenziale venuta prima della gentrification, quella che ha gli occhi della droga, della musica, dei giochi di strada che dividono bianchi e neri, dei fumetti da leggere di nascosto che uniscono bianchi e neri. La fortezza della solitudine guarda a Manhattan quando i suoi protagonisti sono in volo vestiti da supereroi, ma concentra il suo magma narrativo attorno a Dean Street e a quella parte di New York che sta al di là del fiume/oceano e dal lato sbagliato del ponte, ovvero le colline inesistenti di un quartiere chiamato Boerum Hill in onore dei boeri, “quelli che avevano combattuto gli inglesi”, dove le case sono malmesse e gli uomini soli.


C’è un altro uomo che, dal lato giusto del ponte, come l’ennesima figurina in un susseguirsi di uomini che scendono dall’alto di una posizione sicura al basso di uno stato d’incertezza, definisce anche lui New York. Di nuovo a Manhattan e di


Fine del racconto.

Inizio del viaggio.

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