Little America: la migliore esperienza americana che potete fare in questi giorni

Immaginate una lavagna nera. Di quelle su cui si scrive con i gessetti. Nella mia vita di lettrice e di ricercatrice ci sono state moltissime notizie o moltissimi approfondimenti che su quella lavagna hanno lasciato una traccia sottile. Corta, persino. E semplicemente bianca. Ce se sono stati altri - parecchi, per fortuna - che si sono distinti perché mi hanno insegnato delle cose o perché li ho trovati molto belli. E allora i loro segni sulla lavagna sono stati colorati, arzigogolati, lunghi. Infine, nella mia frenetica e ricca vita alla ricerca di storie americane, mi sono imbattuta in una manciata di contenuti rivoluzionari, commoventi, imprescindibili, brillanti come diamanti. Questi lasciano sulla lavagna non un segno, non disegno ma proprio una crepa: la colpiscono così tanto da rendere necessario un aggiustamento.

Sono sempre stati, infatti, contenuti che hanno dato il via a qualcosa: un progetto, un’ispirazione, un’altra ricerca. Addirittura una carriera (la mia), com’era stato per America tra le righe tanti anni fa. Oggi ve ne presento uno, di questi contenuti. Spero che piaccia a voi almeno la metà di quanto è piaciuto a me.

Il suo nome, innanzitutto: LITTLE AMERICA.

La sua genesi, già di per sé una di quelle cose che personalmente mi fanno uscire di testa: la crossmedialità.

Little America nasce come servizio giornalistico per il magazine Epic (l’avevo già segnalato in qualche rassegna passata) e si presenta come una serie di ritratti di persone che sono arrivate negli Stati Uniti da altri paesi, ognuno con la propria storia. Naomi dall’Ucraina, Reyna dal Messico, Kunal dall’India, Igwe dalla Nigeria. E così via. Little America è dunque una collezione di storie d’immigrazione e storie di sogni, unisce fotografia e narrazione e celebra così il nocciolo dell’identità americana at its best: perseguire la ricerca della felicità (ricordo che the pursuit of happiness è nella Dichiarazione d'Indipendenza Americana, non solo negli spot televisivi) nella terra che dalla sua fondazione promette di renderla accessibile.

L’introduzione del progetto dice così:

everyone here came from somewhere else. Even Native Americans crossed the Bering Strait at some point. This is the basic American idea — an identity open to all — but it can be easy to forget from inside. And that’s when politics can turn ugly, as it has recently, with our political narrative becoming a story of blame and fear. “Little America” is meant to counter that narrative with a fuller portrait of our most recent arrivals. Here we present just a few stories. You’ll meet a woman who kissed a car for 50 hours. A man who escaped communism via zip-line. A Hindu Mayor of a small Kansas town. These stories are a small, collective portrait of America’s immigrants. And thereby a portrait of America itself.

Qualche tempo dopo Little America lascia le pagine interattive del magazine Epic e diventa la cosa che più ci piace di questi tempi: una serie tv. Una serie tv originale per Apple TV in cui 8 di quelle storie vengono fictionalized e adattate alla narrazione per lo schermo, con attori, registi e sceneggiatori veri. E con una sigla. Ecco, non vi parlerò dei singoli episodi (sappiate solo che i primi quattro sono i miei preferiti, sono delle perle, fanno piangere e ridere e pensare e sperare tantissimo), vi dirò solo qualcosa sulla sigla, un piccolo capolavoro.

Fotografie vintage, titoli di testa piazzati sulle vecchie insegne di negozi, cinema o su cartelloni pubblicitari, musica che cambia a seconda del protagonista della puntata, dettagli di un’America piccola - certo - ma così se stessa da restare immutata nei decenni e quindi riconoscibile da tutti in tutto il mondo. Il trailer dà qualche assaggio qua e là, ma solo quando inizierete a guardare l’intera seria apprezzerete anche la sigla in tutta la sua meraviglia.


E non finisce qui: Little America continua la sua vita crossmediale. È diventata anche un libro! Alle storie dei protagonisti iniziali se ne sono aggiunte di nuove, sempre a cura dell'autore Kumail Nanjiani (che è anche autore delle cento foto del volume) e sempre secondo quella visione dell'America tanto cruciale quanto spesso dimenticata: Together, they form a wholly original, at times unexpected portrait of America’s immigrants—and thereby a portrait of America itself.


Capite, credo, perché la mia lavagna si sia definitivamente crepata: questo progetto segna un punto di rottura. Almeno nella mia vita. E chissà a cosa mi porterà. In fondo sento che anche la mia è una piccola storia che potrebbe stare tra quelle pagine.