A Big Sur con Johnny Depp

L’America non è più quella di una volta, la terra promessa della felicità a forma di pepita d’oro nascosta in qualche landa sterminata in direzione ovest, verso una frontiera infinita che quando la terra si consuma si va sulla luna. Il sogno ha lasciato il posto al post-sogno, un acido risveglio disillusionista, scomodo e armato, che obiettivamente fa spesso volgere gli occhi del sognatore da altre parti.

Ci sono leggende che però non tramontano mai, sogni eterni che ti accarezzano e ti prendono in giro, musiche crudeli che ammaliano la ragione e la vincono. Paradisi dell’anima e stati d’animo estatici, che tutto rimettono in discussione.

Uno di questi sogni eterni è Big Sur.


Big Sur è un tratto della costa centrosettentrionale della California bello da togliere il fiato. Verde giallo blu, i colori che dominano la terra e le discese delle scogliere – a picco – dentro l’oceano. Bianco, il risvolto dell’oceano quando sbatte sulla terra. Neri, i puntini lontani delle balene che fanno su e giù dal polo all’equatore, a seconda della stagione. Il vento è sempre forte, le case non esistono, tutti ci passano in mezzo, Big Sur ha confini interiori perché quelli geografici chissà se vale la pena tracciarli. Come si fa a confinare un sogno? E un’estasi?

Una delle sette meraviglie d’America, da secoli conserva intatto il suo fascino naturale e su di esso ne ha costruito uno mentale, letterario, intellettuale.


Anche Ferlinghetti ha una casetta, qui, e leggenda vuole che Kerouac si ritirò dall’amico più volte dopo il suo successo letterario e trasformò lo spazio geografico attorno a lui in quello romanzesco. Il suo Big Sur è il visionario resoconto di una decadenza: alcolica, beat, umana. Un ultimo passo nella terra più generosa prima del definitivo.

Indietro nel tempo, il poeta californiano Robinson Jeffers definì Big Sur “una terra frastagliata che niente, se non una meteora caduta, riuscirà mai ad arare”, mentre Robert Louis Stevenson lo elesse il luogo perfetto dove terra e mare si incontrano.

Steinbeck, che stava di casa a Monterey, il paesino a nord di Big Sur da cui tutto comincia, lavorò alla costruzione della Highway 101, la Pacific Coast Highway che accompagna la costa californiana in tutta la sua lunghezza, che arriva giù fino a San Diego seguendo il richiamo del caldo, e che qui fu costruita magniloquentemente nella prima metà del Novecento. Il Bixby Creek Arch Bridge è la sua mitica icona. Il ponte, sospeso e mosso come le onde su cui lancia lo sguardo, è anche l’unico appiglio che ho per essere certa che la mia esplorazione di Big Sur sia stata reale. No, perché, veramente, ogni tanto io me lo chiedo.


Io sono andata a Big Sur con Johnny Depp. Nel mio viaggio on the road sulla West Coast sono finita a dormire sul suo divano, in qualità di couchsurfer. È venuto a prendermi alla fermata del pullman con una Porsche grigia con la portiera che si apriva verso l’alto (non di lato come le macchine normali.. era più versione DeLorean) e io ho detto: ah, ok. Appena scaricati i bagagli a casa mi ha portato a mangiare una zuppa di pesce divina su un molo in mezzo a gabbiani, foche e sorrisi di imbarazzo (il mio). Dopo pranzo abbiamo brindato al mio arrivo con due o tre o non mi ricordo più quanti minibudini di gelatina fosforescente pieni zeppi di vodka che lui teneva in frigo.

Erano le due del pomeriggio.

Ebbra, ebbra sul serio, ho iniziato a esporgli il mio piano di viaggio per i giorni successivi. Il clou del tutto era, ovviamente, la gita a Big Sur. “Non ci puoi andare con i mezzi pubblici, non ci sono pullman in questo periodo dell’anno. Ti ci porto io.”

Ah, ok.

Il giorno dopo siamo partiti, alle 11.30. Nonostante le ore passate nel mezzo, ebbra lo ero ancora. E non poco. C’era questo tizio qui che nella vita aveva scelto di infilarsi in tutto e per tutto nello stile piratesco di Johnny Depp (cappello, sciarpe, polsiere, bracciali, collane, pizzetto, anelli, teschi e croci) che ora mi stava portando a Big Sur. Io non capivo più niente: nel suo intento di sosia ci era riuscito piuttosto bene e, come se non bastasse, ora mi stava offrendo il suo tempo per farmi fare una gita nella leggenda. Una leggenda a cui mi ritengo piuttosto sensibile, io che della natura selvaggia farei vita eterna.


Scendiamo nel garage per prendere la macchina e io mi avvicino spontaneamente al grigio della Porsche. “No, non andiamo con quella. Andiamo con la macchina apposta per Big Sur”. Ovvero una Maserati Spider decappottabile rosso fuoco. La macchina per Big Sur.

Ah, ok.

Ora, io non sono mai stata sensibile in vita mia al binomio maschio/macchina, né penso che lo sarò in futuro, però, ecco, questa volta era diverso. In tre veloci e surreali minuti mi ritrovai a fianco di un uomo molto affascinante, sulla Highway 101, il vento tra i capelli, la decappottabile che rombava, il Pacifico alla mia destra che mi rubava i pensieri e le parole. La mano a tagliare l’aria oltre la portiera, un sole accecante, il mio american dream era in pieno svolgimento. “Metto un po’ di musica? Ieri sera ho scaricato i cd di cui mi hai parlato.”

Ah ok un cazzo adesso, però. Io sparo a caso due gruppi che mi piacciono perché mi chiedi “che musica ascolti?” dopo le gelatine di vodka assassine, tu non solo li scarichi subito senza dirmelo, ma in più li metti sulla decappottabile rossa per andare a Big Sur e promettermi implicitamente – e un po’ colpendo basso – che io questa giornata non la dimenticherò proprio mai?

Ah, ok.

Poi la giornata andò così.

Gli volò il cappello a una curva per colpa del vento. Ma facemmo inversione sulla Highway 101 e io mi lanciai dalla decappottabile rossa per raccoglierlo nel verde selvaggio della scogliera.

Ci fermammo per arrampicarci su un lato della montagna, a piedi. Lui andava spedito, balzò su un tronco steso in orizzontale su un burrone e lo attraversò per andare a prendere delle muffe cristallizzate da mostrarmi. Io lo seguii sul tronco, ebbi una crisi di vertigini che mi sudano le mani ancora adesso se solo ci penso, mi pietrificai immobile nel bel mezzo del tronco medesimo e tornai indietro a culate.

Mangiammo in silenzio dei raffinati sandwich.

Salimmo e scendemmo dalla macchina a ogni viewpoint, fino a quello più a sud, dove una cascata si butta direttamente nell’oceano. Una cosa rara e davvero stupenda.


E la gita finì qui. Girammo la macchina e tornammo indietro fino a casa. Con le foto, senza souvenir e gli stessi due album che giravano su quella autoradio dei sogni.


Una mattina mi sono svegliata, ho fatto le valigie, ho scritto un bigliettino sentito da attaccare al frigo alcolico con un magnete della Highway 101 appena comprato, mi sono chiusa dietro la porta e mi sono diretta alla stazione.

Mentre il treno arrivava e il sole era accecante, io mi sono emozionata e ho lasciato sul marciapiede qualche lacrima a solcare una traccia.

Non sono state le uniche lacrime a fianco del Pacifico, c’era già stata Seattle e ci sarebbe stata Malibu, poco più avanti. Non sono state le uniche ma sono state le più sorprendenti, le non previste, le leggendarie.

Quelle del sogno che, alla fine, l’ha vinta.

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