Guida all'ascolto del podcast Renegades: Born in the Usa (Part 1)

L’ex presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama e la rockstar Bruce Springsteen si sono seduti davanti a un microfono nell’enorme studio-fienile di quest’ultimo nel Great State of New Jersey e hanno cercato di dare una risposta a un’altrettanto enorme domanda di partenza: cosa significa essere americano oggi?

Raccontando le loro vite private, le loro carriere in politica e in musica, i propri miti e quelli fondanti dell’America, i due si sono confrontati soprattutto su un tema, quello razziale. Oggi più di sempre il dialogo, il vero e proprio atto della conversazione tra neri e bianchi è fondamentale per ricucire la frattura che li divide nel segno della reciproca conoscenza e comprensione. Ecco quello che hanno fatto, allora, Barack e Bruce: hanno offerto un esempio incredibile affinché questo stesso atto possa essere ripetuto ed emulato; hanno tratteggiato il profilo di un’America che vuole mettersi in discussione (quella bianca) e di un’America che ha bisogno di legittimarsi (quella nera); hanno aperto la strada a un’unione difficile ma possibile e senz’altro necessaria.

Il podcast è interamente in americano: i due protagonisti chiacchierano seguendo una traccia ma a guidarli è anche una certa spontaneità. Barack sfoggia ancora una volta un’incredibile arte oratoria (le pause, il fraseggio, le espressioni, la pronuncia, la razionalità), Bruce non rinuncia al suo estro poetico e alla sua sensibilità di artista (le immagini, i ricordi, il racconto dei sentimenti, le canzoni, la voce roca). I

Per seguirli al meglio è consigliabile, allora, fare come loro: sedersi in uno spazio neutro, non avere null’altro da fare, ascoltare e perdersi nell’intensità della loro conversazione. Come fossimo nello stesso studio a guardarli (e basta questo video per capire quanto staremmo bene lì in mezzo). Ad aiutarci ci sono le trascrizioni, una per ogni puntata. Sì, sono americano e non in italiano, ma apritele e seguitele: i due parlano molto lentamente (Bruce scandisce poco, è vero, ma abbandonatevi alla musicalità del suo parlato piuttosto che alla ricerca del significato di ogni parola) e discutono di argomenti che già conoscete.

E se non li conoscete questa breve guida vi verrà in soccorso!

Ho pensato di elencare i punti salienti di ogni puntata, indicando a volte delle espressioni chiave che potete ritrovare nel flusso della conversazione o i minuti esatti in cui bisogna alzare le antenne. In altre parole, ho pensato che fosse utile per voi avere un contesto di partenza, una trama di base dentro la quale muovervi durante l’ascolto. So che ci sono stati diversi tentativi di traduzione in italiano ma finora non ne è stata diffusa nessuna ufficiale e autorizzata.

Questa guida sarà divisa in tre parti: da un lato per permettervi di ascoltare le puntate con la dovuta calma e, dall’altro, perché ci sono dei nodi tematici che può essere utile cadenzare.

La razza, il sogno americano, i ruoli/modelli dell’uomo.

Mettetevi comodi, allora, e schiacciate PLAY.

Buon ascolto!


1. Our Unlikely Friendship (trascrizione qui)


Comincia Barack Obama raccontando le sue riflessioni sul corso che ha intrapreso l’America durante la presidenza Trump (un presidente che faceva esattamente l’opposto rispetto al suo credo), durante la pandemia e le proteste contro il razzismo sistemico. Come possiamo trovare una strada per tornare insieme?, si chiede. Anzi, lo chiede a Bruce Springsteen, presentandolo come un uomo con cui apparentemente non ha molto in comune e come una persona piuttosto shy (timida). La rockstar gli dà ragione, lui è un timido, ma proprio per questo è diventato un artista: quando ti senti così devi cercare un modo per parlare, per far uscire la tua voce, sei alla disperata ricerca di una via di uscita dall’invisibilità. Certo, ci vuole anche una certa dose di megalomania per pensare che tutto il mondo voglia starti ad ascoltare, ma quel genere di timidezza ti rende anche molto empatico. E l’empatia è la chiave.

Questo è il vantaggio di essere e di sentirsi un outsider! Partendo da questa considerazione che li accomuna, i due raccontano le proprie infanzie (un ragazzino figlio di country people in una cittadina molto provinciale del Jersey e un altro ragazzino figlio di una adolescente e un africano nelle isole Hawaii dove non c’era nessun altro come lui). Intorno al minuto 20’ si parla proprio di emotional displacement.

La conversazione vira a questo punto verso la convivenza di bianchi e neri nella piccola Freehold dove è nato e cresciuto Springsteen: lui aveva tanti amici neri ma c’erano regole non scritte che stabilivano a casa di chi si poteva andare e chi si poteva frequentare; la sua gente era composta da rednecks e lui li amava, certo, pur con tutte le loro limitazioni, ma la sua vita lo portava altrove. La high school era un microcosmo: durante i moti razziali del 1970 i suoi amici neri lo tennero lontano, Bruce ricorda proprio che gli dissero “non possiamo parlare con te adesso”. Fu grazie a loro che conobbe la black music, quella musica che sta alla base del rock’n’roll.

Dal minuto 35’ circa la conversazione si fa molto intensa. Obama sottolinea come siano sempre stati gli ambiti della musica e dello sport a rappresentare questa contraddizione al massimo grado: i neri sono degli idoli, ma una volta scesi dal campo o dal palco li si chiama con la n-word. Perché è così difficile parlare di razza? Se lo chiedono entrambi ma è la pausa di silenzio di Springsteen ad essere particolarmente eloquente: parlarne vuol dire decostruire il mito dell’America come melting-pot e per i bianchi significa riconoscere la propria complicità quotidiana, il senso di colpa collettivo e quello di vergogna. Obama rilancia dicendo (verso il minuto 46’) che è da qui che nasce l’idea che ci siano due Americhe: quella esclusiva solo per qualcuno e quella inclusiva per tutti. È quest’ultima, secondo lui, quella che vale, l’America dei misfits, degli outsiders, delle persone che cercano di tirare fuori qualcosa di buono dal nulla.


A questo punto l’ex presidente legge e cita il suo stesso discorso per il 50esimo anniversario della marcia di Selma, uno dei suoi discorsi più potenti, la sua voce si mixa ad estratti dal vivo e la puntata si chiude su note particolarmente emotive e intense.


2. Race in the United States (trascrizione qui)

La band di Bruce Springsteen, la E-Street Band, è una band integrated. E questo lo si deve soprattutto a Clarence Clemons, il migliore amico di Bruce nonché sassofonista della band, un uomo alto e grosso (i fan lo conoscono anche come The Big Man) che purtroppo ci ha lasciati dieci anni fa. Nei primi minuti della puntata Springsteen racconta la storia della loro amicizia, un’amicizia in cui erano senz’altro pari, un’amicizia in cui il pubblico rispecchiava anche un certo idealismo: guardandoli sul palco insieme la gente vedeva l’America che avrebbe sempre voluto. Al minuto 8’ Bruce ricorda che spesso Clarence si sentiva l’unico black man nella stanza e che volle far provare la stessa sensazione all’amico: un giorno lo portò in un palazzetto pieno solo di afroamericani e gli disse “ora sai quello che provo io”. Il concerto che fecero lì fu stupendo, the best audience ever! In 45 anni di amicizia, racconta sempre Springsteen, parlavano spesso di questi temi, capitò che Clarence venisse appellato con la n-word dagli stessi amici con cui giocava a basket e non se ne dava pace, era una cosa che lo feriva e di cui non si spiegava le ragioni. La ragione è che sono degli stronzi, gli rispondeva Bruce. Di fatto, però, in tutti quegli anni riconobbe l’esistenza di qualcosa di insondabile in Clarence, qualcosa di cui lui non avrebbe mai potuto fare parte: si prendevano in giro su tutto, ma mai sul colore della loro pelle.


Obama raccoglie l’esperienza del suo interlocutore citando lo scrittore James Baldwin e il suo grande modello di vita, l’attivista John Lewis. Al minuto 22’ circa dice che in realtà gli Americani non hanno mai riconosciuto davvero il problema della razza, l’hanno sempre e solo sepolto. La reparation, prima che in termini concreti e politici, deve cominciare dal dialogo, dal parlarne, dal tornare indietro nel passato (anche se a molti bianchi non piace) e continuare a parlarne. Obama usa queste due espressioni: to do a honest accounting (costruire una narrazione onesta) e to do the work (darsi da fare). Siamo molto lontani dall’ideale dell’America, dice, e la strada non è affatto una linea retta: è piena di loops e di zigzag.

Verso la mezz’ora i due parlano delle loro canzoni di protesta preferite e verso il minuto 34’ avviene una presa di coscienza importante: skin is destiny (la pelle ti destina), dice Bruce a proposito della sua canzone 41 shots (in cui si racconta l’uccisione di un nero da parte della polizia, con 41 colpi di pistola) e tutto comincia dalla paura, la paura che gli uni provano nei confronti degli altri. I bianchi hanno paura dei neri perché hanno paura di perdere il proprio status.


3. American Music (trascrizione qui)


Questa è una puntata facile da ascoltare: c’è tanta musica e loro due (sì, anche Obama) cantano molto. È proprio Barack a sottolineare all’inizio come la musica possa raccontare l’America in quanto insieme di cose e persone diverse ma anche in quanto elemento divisivo: chi ascolta cosa? Il primo disco che si comprò con i suoi soldi fu uno di Stevie Wonder. Entrambi parlano della Top 40, una famosa classifica che andava in voga decenni fa negli Stati Uniti: Obama la ascoltava da ragazzino alle Hawaii con gli amici, era una classifica integrated (anche se quando arrivava l’heavy metal per lui era una pena!). Nella Freehold di Bruce Springsteen, invece, la musica arrivava soprattutto dalla madre, la ascoltava tantissimo. Ma il vero miracolo, per lui, fu l’acquisto della sua prima chitarra: da quel momento per lui la musica diventò concretamente la sua appendice, aveva trovato il modo per essere se stesso sia come uomo che come americano. The minstrel of rock’n’roll.

Fu quando conobbe Woody Guthrie e Bob Dylan, però, che il suo lavoro artistico prese una piega più “attiva”: questi due grandi cantautori di protesta gli dimostrarono come la musica poteva essere un’azione fattiva, politica, poteva parlare di sé ma anche della società. Negli anni Ottanta, a carriera già avanzata, iniziò a cantare This Land Is Your Land, un inno all’unione, alla possibilità di fondere insieme tutti e tutto.

Obama coglie questo suggerimento per raccontare la serie di concerti che lui e Michelle vollero portare alla Casa Bianca, una serie che valorizzava la varietà di generi ma anche la commistione di linguaggi: country, gospel, rock, jazz. I musicisti non suonavano soltanto la “propria” musica, ma anche quella degli altri. Nell’ultimo mese della sua presidenza Barack invitò proprio Bruce a fare un concerto privato per loro: da qui nacque l’idea di fare Springsteen on Broadway. Alla Casa Bianca Bruce aveva realizzato diverse canzoni in acustico unite al racconto della propria vita e dei propri luoghi: era un peccato che ne avessero goduto solo il presidente e il suo staff, voleva renderla un’esperienza per tutti.

Una cosa simile accadde anche a Obama in due circostanze, entrambe raccontate in modo partecipato ed emotivo: essendo sempre stato uno shower singer che cantava anche fuori dalla doccia, una volta nel leggendario Apollo Theatre di Harlem intonò una canzone di Al Green dopo il concerto di Al Green; un’altra volta - quella più toccante che sicuramente ricorderete - intonò Amazing Grace al funerale delle vittime di un sanguinoso mass shooting. Ero rimasto senza parole, racconta, non avevo davvero più nulla da dire. Era un periodo in cui mi scrivevo con l’autrice Marilynne Robinson e discutevamo insieme del significato del termine grace (grazia). Fu per quel motivo, continua Obama, che mi venne in mente la canzone: Amazing Grace è un inno di unione, unisce tutte le culture. Decisi di cantarlo, non avrei potuto fare altro.

[To be continued...]