Il treno americano delle meraviglie

In corsa su un treno americano che è il viaggio on the road per antonomasia si incontrano oggi due rubriche del blog: Sulla strada e Scontri fra titani, e altri giganti. La prima perché io quel treno l’ho preso davvero e la sua strada è diventata, per qualche giorno, anche la mia; la seconda perché l’America non sarebbe l’America senza un treno gigante che accorcia le sue distanze e mette in comunicazione le sue genti, le città, le storie personali e collettive. Che unisce la terra ai suoi abitanti. E allora, per cinque minuti soltanto, posate la valigia dei vostri affanni, prendete posto in carrozza e godetevi il viaggio. 


Quando arrivano in stazione sono enormi e fanno paura: di color argento metallizzato, senza fronzoli sulle loro pareti esterne d’acciaio se non la scritta Amtrak in blu su ogni carrozza, le prime finestre a non meno di due metri da terra, scalette mobili che vengono usate per far scendere e salire i passeggeri da entrate altrimenti troppo alte da gestire da soli, i treni che attraversano gli Stati Uniti sono discendenti dei dinosauri. Le loro tratte durano giornate e giornate e giornate; a bordo la disciplina è ferrea; il comfort è un’esigenza; la compagnia e la conversazione le più gradite sorprese.

Il mio primo treno Amtrak l’ho preso a Portland, Oregon, per andare a Oakland, California. 17 ore. Solo una piccola tratta del Coast Starlight che, tutto intero, parte da Seattle e arriva a Los Angeles percorrendo la West Coast da nord a sud. In circa 36 ore. Sulla pensilina, una hostess piuttosto forzuta mi assegna il posto, prende con agilità la mia valigia e la lancia di sopra, prende pure me e mi sospinge su per la scaletta, io plano a bordo, riacchiappo la mia valigia e la sistemo nell’apposito vano al piano di sotto, infine vado su al primo piano a sedermi sulla mia grande poltrona lato finestrino, accanto a Rose. Sono a circa tre metri da terra. Allungo le gambe nel tentativo ridicolo di arrivare al poggiapiedi là davanti e, mentre realizzo ancora una volta che le mie misure italiane non si sposano molto bene con quelle americane, decido che davanti alle gambe ci posso piazzare entrambi i miei bagagli a mano. E poi tirare avanti il sedile e allora mi sembra quasi di stare a letto. Che bello.

Che bello, adesso mi ipnotizzo di paesaggio e pian piano mi addormento. No. Where are you going, sweetie? C’è Rose di fianco a me, Rose che va a trovare la madre che sta morendo giù in un paesino della California dove fa già molto caldo e tutta la famiglia si sta preparando al funerale. Fine aprile, a Portland piove ed è umido, a Los Angeles si fanno le feste che poi si finisce tutti ubriachi in piscina. I’m going to Oakland. Non contenta: Are you by yourself? Yes, I am, le dico. E sorrido come faccio ogni volta, ma no, questa volta non va bene. Rose è disorientata dalla mia solitudine e decide, senza approfondire ulteriormente e – anzi – confondendo la mia estasi per ansia, di farmi da madre per 17 ore. Principalmente facendo quello che fanno tutte le madri quando si confondono: parlando a macchinetta.


Ho preso altri quattro treni Amtrak da quel giorno: da o per Salinas, Los Angeles e San Diego. Al posto di Rose c’era Erik, una volta, che faceva l’editor come me ed era triste; poi due signori del Texas di cui non ricordo il nome che avevano deciso di far divertire tutto il vagone cantando e raccontando barzellette perché loro invece erano felici; poi Annie, Laura e sua madre, con cui mangiavo nella carrozza ristorante mentre il treno attraversava la Redwood Forest e il cielo era tremendo e rosso fuoco. Il personale aveva appena beccato un signore che fumava in bagno: c’era stata un po’ di agitazione, noi non capivamo bene cosa stesse succedendo. Poi l’avevamo visto, ammanettato, scendere al primo paesino sperduto in quel rosso fuoco nel bel mezzo del niente. Del niente pieno di sequoie e wilderness. Non c’era nessuno lì che potesse soccorrerlo: alcuni poliziotti del posto gli toglievano le manette e io, raggelata dal finestrino della carrozza ristorante, mi chiedevo dove diavolo avrebbe dormito quella notte in attesa del prossimo treno su cui salire.

Una storia da romanzo di distruzione. Disciplina, terrore, punizione. Non si disturbano gli altri passeggeri per una sigaretta. Hostess e steward erano tornati a bordo con una faccia che non mostrava altro se non i segni di una inconcepibile routine.

Dal primo all’ultimo viaggio sui treni dinosauro ho imparato e visto un sacco di altre cose. Cose che ho ritrovato con incredibile emozione in un bellissimo articolo dello scrittore Nathaniel Rich sul “New York Times Magazine”, tradotto su “Internazionale” del 2 agosto 2013. Recuperatelo, se potete. Io qui ve ne elenco qualcuna.

1) Polizia e ambulanza sono abituali fiancheggiatrici del treno: risse, sigarette e pericolosi giochi sui binari sono, infatti, frequenti agitatori del viaggio. Qualcuno infrange le regole e allora qualcun altro lo viene a prendere e lo allontana dal resto del genere umano. In quei paesini sperduti nel nulla, ad esempio, siccome veramente non c’è nulla da fare, alcuni pazzi si divertono a mettersi davanti al treno con la loro macchina e ad attraversare ripetutamente i binari sfidando il dinosauro in velocità. Questa interessante attività ludica si chiama playing chicken with the train. L’ho scoperto quando il treno da Portland a Oakland ha inchiodato alle due di notte nel buio pesto della foresta e di fianco ai nostri finestrini assonnati si è materializzata all’improvviso un’ambulanza.

2) Fare amicizia con gli altri passeggeri è molto importante. Te lo dice il personale del treno quando comunica dall’altoparlante gli orari dei pasti con tono allegro, di sicuro informale, quasi ammiccante: viaggiatori solitari accorrete, sarà facile per voi fare nuove conoscenze a cena perché i tavoli del vagone ristorante si condividono! Giuro. Te lo dice anche il vagone lounge, ovvero quella meravigliosa struttura del treno dove tutte le pareti sono vetrate e i sedili non sono posizionati di taglio ma di fronte a quelle finestre enormi. Qui si guarda il paesaggio, si chiacchiera tra sconosciuti, si gioca a carte, si beve vodka, si lavora, si scrivono diari e si sogna ad occhi aperti. Te lo dice, ancora, la tanto agognata fermata sigaretta, quando tutti i fumatori possono scendere dal treno, allinearsi schiena al muro di fronte al dinosauro e agguantare boccate del proprio piacere guardandosi compiaciuti e beati. Te lo dice, infine, il tempo, la distesa infinita di miglia che, se la stai attraversando con quel mezzo così desueto e antitetico rispetto all’aereo, allora hai di sicuro una storia interessante da raccontare. Ed è proprio così: non ci sono passeggeri noiosi sui treni a lunga percorrenza dell’Amtrak. Tutti portano con sé un racconto. Alcuni, addirittura, da quel racconto stanno cercando di fuggire, o di farsi curare, o di ricominciare.


3) Passano ore e ore senza che dal finestrino compaia alcun insediamento umano o segno di civiltà. In Europa questo accade pochissimo, in Italia mai. La percepisci solo come una sorda e informe intuizione all’inizio, poi pian piano diventa consapevolezza: fuori dal finestrino non vedi un granaio, una fabbrica, una casa, un ponte, un faro, una strada da ore. Il treno attraversa solo natura, solo terra selvaggia. E questo è il grande privilegio di chi viaggia in treno: poter godere di paesaggi riservati solo ai suoi passeggeri e a nessun altro.


4) Attraversare il paese in treno è un’azione piena di un qualche significato mitologico. Senza scomodare l’immaginario di film, canzoni e letteratura, questo lo sanno i passeggeri che si sentono parte di un’unica e speciale categoria umana sovrastorica e sovratemporale, lo sa il personale di bordo che è preparato e formato come mai ho visto in vita mia, lo sa – soprattutto – la divisione comunicazione dell’Amtrak che ha dato ad ogni tratta dei suoi treni un nome molto più che suggestivo, io direi quasi divino: c’è il Texas Eagle, il Pacific Surfliner, il Sunset Limited, l’Empire Builder, il Cardinal, il California Zephyr, il Silver Star e tanti altri. La pagina web di ogni tratta descrive le sue particolarità, c’è una mappa che segna il percorso, delle immagini di paesaggi e una serie di titoli che sembrano slogan, inni, inviti imperdibili.

Inviti imperdibili di cui ha subito il fascino anche l’artista Michael Schawb, che ha tradotto la rete ferroviaria dell’Amtrak in incredibili poster, uno per ogni tratta (qui una galleria quasi completa).


Inviti incredibili, infine, che io giro a voi che mi avete seguito fin qui e che ripeto a me stessa ogni volta che posso: non esistono confini che non si possono attraversare, ma esistono sì spazi che se non sali a bordo non saranno mai tuoi.

Buon viaggio, allora.

PS: il racconto e, soprattutto, il video del mio viaggio sul Pacific Surfliner da San Diego a Los Angeles – di fianco all’oceano, i surfisti e la spiaggia – lo potete trovare qui.


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