L’arte è una forma di maschia seduzione: il teorema di James Franco

Un pomeriggio di qualche anno fa stavo prendendo un cappuccino con due donne più grandi di me. D’età, di carriera e di esperienza. Con una ero molto in confidenza, con l’altra meno. Il cielo era bianchiccio, banchi di afa occupavano di forza il dehor del bar, la primavera stava diventando estate. A un certo punto, non ricordo più per quale motivo, la conversazione si era spostata dal cappuccino e il caldo agli studi di genere e io, per spezzare la condensa soffocante di color rosa antico che questo argomento ogni volta mi fa percepire nei tre metri cubi che mi circondano, ho interrotto sul nascere la conversazione con una delle mie sincere provocazioni: “Io leggo solo autori maschi.”

Entrambe zitte, mi guardavano. Una sorrideva complice, l’altra aveva le labbra in stizza.

“Per la verità, io non solo leggo libri scritti da uomini, ma la stessa cosa vale per la musica, l’arte, l’architettura.. Per me devono essere uomini. Sì, poi la musica e la scrittura soprattutto. Ma in generale per me l’arte deve essere maschia.”

Dopo attimi in cui ho temuto per la mia incolumità fisica, l’interlocutrice stizzita ha messo a fuoco la sua presunta superiorità di ruolo e ha preferito metterla sullo psicologico, pensando così – forse – di colpirmi più forte: “Dovresti andare a farti curare.”

Evitando facili riverberi ironico-narrativi su questa chiusa (tanto io mi sento libera e spensierata nell’affermare i miei gusti quanto tu – stizzita – devi passare la vita, compresa quella intellettuale, a rivendicare un diritto che io do già per acquisito), poi alla fine io a questo mio personalissimo fenomeno della psiche ci ho pensato molto. Davvero molto. E l’ho risolto grazie all’entrata nella mia vita di James Franco, l’esempio perfetto, ridotto al suo scarno scheletro funzionale, dell’arte quando diventa seduzione.


Come a dire che se metà del tuo successo è dovuto all’aspetto fisico c’è qualcosa che non va, bisogna tenerlo nascosto e parlare d’altro, nonostante ci sia un’enorme immagine di fianco alle parole che suggerisce solo una cosa. Solo ed esclusivamente una cosa. Io questa ipocrisia non la condivido, e argomento il mio disaccordo in tre punti. Tre punti che – prima di arrivare a risolvere i miei accartocciamenti psicologici – presentano l’oggetto (ahi!) del qui presente post.

1. James Franco è autore di una raccolta di racconti, ambientati in California e precisamente nella Palo Alto dove lui è cresciuto, dal titolo – appunto – Palo Alto Stories (2010) (in italia tradotto e pubblicato da minimum fax con il titolo a mio parere molto bello In stato di ebbrezza). Io ho letto questo libro precisamente a Palo Alto, l’ho iniziato sul treno che da San Francisco porta alla cittadina soleggiata vicino alla Silicon Valley in poco più di un’oretta e l’ho finito in spiaggia a Santa Monica. Dunque, una penetrazione da parte a parte della realtà nella finzione, un bombardamento metanarrativo per cui se alzavo gli occhi dal libro ritrovavo le stesse identiche cose per la strada e passavano interi minuti in cui non capivo più dove cazzo fossi. I racconti narrano le vicende prettamente californiane (sole, caldo e oceano, droga, villette, skateboard, palme, genitori assenti, festini e high school) di diversi adolescenti, che altalenano estrema crudeltà a estrema tenerezza, timida affermazione di sé a dirompente prevaricazione sul prossimo (anche sotto forma di violenza, stupro e tradimento), piattezza a rotondità. Non è una raccolta magistrale ma si fa leggere, e la neutra scorrevolezza di fondo non può che mettere in risalto alcuni momenti di intensa umanità dei personaggi, umanità che Franco sa trattare con più partecipazione e finezza di tutto il resto.


2. James Franco interpreta James Dean nel film James Dean del 2001 (regia di Mark Rydell). Se non fosse per una posticcia tinta ai capelli che devi essere stato piuttosto distratto, tu parrucchiere del set, per non accorgerti che si poteva fare molto di meglio, sembra di vedere Dean interpretare se stesso. La somiglianza fisica tra i due è davvero impressionante e anche in questo caso i bombardamenti incrociati tra realtà e finzione sono piuttosto schizofrenici: c’è un set finto (quello raccontato e mostrato dal film) in un set vero (quello in cui si gira il film) in cui un attore esordiente (James, va bene per entrambi) si fa le ossa per diventare un mito assoluto della pop culture globale (e, ripeto, questo discorso va bene per entrambi), mentre, tra una ripresa e l’altra, ogni sigaretta accesa e fumata grida a tutto spiano “sesso, sesso, sesso”. Il film è mediocre e si fa seguire solo perché James Dean è il significato e James Franco il significante.


3. James Franco ha un profilo Instagram (@jamesfrancotv) che, per favore, ora che tutti abbiamo uno smartphone andate subito a seguirlo. Mentre Franzen, Rushdie ed Ellis litigano su e a proposito di Twitter dicendo cose riflessive e complesse, James Franco, scanzonato, incurante e smaliziato, impera sul social media che più di tutti gli altri rappresenta il futuro, il fotografico Instagram. E lo fa con l’arte di un maestro e con la spontaneità di tutti i comuni mortali, un mix che gli vale il premio assoluto di cavalcatore (a-ha) dell’avanguardia mediatica. Per prima cosa le foto o le fa lui o le fa la sua assistente e sono foto palesemente normali, in cui James, a volte, non è esattamente in forma e tirato a lucido: appena sveglio al mattino, dopo una sbronza, con in faccia le mezzelune di camomilla per far sgonfiare le borse sotto gli occhi. In secondo luogo, su molte foto che carica James ci scrive su qualcosa, con Paint probabilmente, il programma per modificare le foto che sanno usare anche i bambini. E infatti queste scritte somigliano a quelle dei bambini e tante volte James le usa per prendere in giro grandi testate giornalistiche americane. Infine, ci sono foto dei fan che promuovono i suoi libri mettendoseli in testa, video di lui che balla con la nipotina in un bagno qualsiasi, foto dei poster di se stesso che trova in giro, foto dei colleghi e tutto il suo mondo.



Ora, io non sono una divoratrice di libri, non leggo tutto quello che mi passa sotto gli occhi, ma – anche per quanto riguarda la mia passione americana – passo tutto a un vaglio rigido e complesso che si risolve in un’unica affermazione: per me l’arte ha a che fare con la seduzione, con i sensi e la sensualità, e intrattengo con essa un rapporto molto simile a quello che intrattengo con il genere maschile. Tu, artista, mi devi lasciare secca, mi devi sedurre già prima di aprire il libro. E se sei bello, tanto meglio. Io lo noto e tutto l’insieme delle tue caratteristiche seduttive – in cui, ovviamente, rientra anche l’intelligenza – mi fa calamitare verso di te.

James Franco è un artista che fa moltissime cose, alcune bene, altre meno. Ma di certo sa e può mettersi in mostra, è bravo a usare la propria immagine perché questa è molto bella ma anche perché sa rendersi imperfetto, normale, umano e molto simpatico. In questi giorni lo vediamo in tv a guidare una macchina nera che profuma di Gucci, tra qualche tempo arriverà in Italia il suo nuovo libro, poi i film da regista e da attore.

Qualcuno forse continuerà a dire che devo andare dall’analista, ma cosa c’è di male, mi chiedo io, a trattare l’arte e la letteratura come fatti che riguardano anche i sensi oltre all’intelletto? Che possono interessare i rapporti di forza della seduzione oltre a quelli dell’intrattenimento intellettuale e del nutrimento culturale? Secondo me proprio niente.

La seduzione è una forma naturale dell’arte nel suo essere nel mondo, e a me piace essere sedotta.

Certo, poi l’amore vero è tutt’altra cosa.

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