Pacific Northwest #8 – Seattle è grunge

Oggi è l’ultima delle Lezioni Americane, la rubrica in cui si raccontano le tappe del mio viaggio/corso di Letteratura Americana e insieme si scopre come, perché e soprattutto con chi andare per le sue strade. Tenendo sempre bene a mente una cosa: il corso è un esperimento narrativo a motore acceso, dove si guarda alla strada come luogo ideale per incontrare scrittori, musicisti, registi, politici, artisti ed editori, dar loro la parola e farci raccontare il paese in cui vivono, lo stato – in particolare – attraverso il quale passa il loro cammino.

In questi mesi abbiamo girato il PACIFIC NORTHWEST e l’ottava (e ultima) tappa ci ha scaricato nella Seattle degli anni Ottanta e Novanta. Per chiudere il corso ho scelto infatti di seguire un unico imperativo: quando il viaggio ha da finire è bene che finisca in gloria. E se si parla di Seattle, allora la sua gloria è senza ombra di dubbio

IL GRUNGE

Dopo aver esplorato gli aspetti più pop e glamour di una città in svettante trasformazione, per l’ultimo e definitivo giro tra le strade di Seattle la letteratura è stata messa da parte e, al suo posto, la guida principale è diventata la musica. Con una breve svirgolata iniziale: è il 1991, l’anno di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, la canzone che ha trasformato il grunge da manifesto dello spirito underground di una città ai margini del progresso a inno di protesta e disagio di almeno tre generazioni di losers sparse in tutto il mondo. In quello stesso anno, sull’altra costa degli Stati Uniti, esce uno dei capolavori della letteratura occidentale, quello che racconta le psicosi ossessive dello yuppie preda e predatore del capitalismo: American Psycho di Bret Easton Ellis. Ovvero: il contrario del loser. L’apoteosi della narrazione che elenca brand, che descrive opulenza, che dettaglia la materia. L’apoteosi del successo nelle sue declinazioni più consumiste. L’apoteosi della cultura dell’immagine come conseguenza di chi vive il progresso negli anni Ottanta e lo vive dal centro del mondo, New York.

Smells Like Teen Spirit e American Psycho: stesso anno, due storie opposte. Stesso paese, due ritratti divergenti. Se il secondo è tutta quella serie di apoteosi deviate elencate là sopra, la prima, allora, che cosa mai può essere?

Il grunge è, prima di tutto, isolamento: il Pacific Northwest – e dunque non solo Seattle, ma tutta la zona circostante – è un’isola in cui la glorificazione del consumismo non varca i boschi di confine, non buca quella pioggia che sembra più un guscio isolante che una condizione meteorologica. Il Pacific Northwest è una provincia in cui i teen-ager non hanno molto da fare e allora si chiudono nei basements delle loro case e suonano. Formano band che poi si mischiano tra loro e si scambiano i chitarristi, compongono canzoni che cantano rabbia e angoscia, performano in locali in cui non c’è differenza tra pubblico e musicisti, in cui audience and bands are equal. In cui chi prima si scatena sottopalco poi su quel palco ci sale per suonare e infine da quel palco si lancia senza altro scopo che quello di unirsi ai suoi simili.


Questi ragazzi giovanissimi e arrabbiati, tuttavia, se non conoscono differenze di classe, condividono sì una forte attitudine: il disgusto per la cultura di massa, l’alienazione della marginalità, l’identificazione con il perdente. Nessuna sofisticazione, la musica per la musica. Nessuna spettacolarizzazione, lo sporco per lo sporco. Nessuna costruzione, il grunge come ultima grande e spontanea rivoluzione del rock. Nel manifestare la propria angoscia attraverso la musica i ragazzi di Seattle danno paradossalmente vita ad uno stare insieme che, a detta di tutti e soprattutto di chi l’ha vissuto proprio in quei locali e in quelle periferie, ha qualcosa di misterioso e religioso, ha qualcosa che contiene in sé l’affermazione più genuina della vita nonostante parta dalla rabbia più manifesta.

Seattle is to the rock’n’roll world what Bethlehem was to Christianity. SPIN 1992

Patrick Bateman di American Psycho, l’uomo-immagine che di quell’immagine è prima feroce cacciatore e poi definitiva vittima sacrificale, non potrebbe essere più lontano. Lui vive sì lo stesso paradosso, ma esattamente al contrario.


La storia del grunge è raccontata da decine di libri ed è conosciuta come si conoscono le grandi narrazioni del nostro passato più prossimo: dopo dieci anni di incubazione, infatti, dal 1991 il Seattle Sound si stacca dal suo luogo di origine, perde la sua connotazione underground e diventa – paradossalmente – un fenomeno diffuso su scala mondiale. Un prodotto della pop culture. Emergono le quattro band icone del movimento – Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam e Alice in Chains; le altre scompaiono. Emergono i disagi della maggior parte dei loro esponenti, alcuni le subiscono fino a farsi annientare. Emerge, infine, un rapporto con il successo che nessuno di loro è pronto a gestire. E il grunge muore.

Tra i libri che ho scelto per raccontare una storia che già tutti sanno c’è Grunge Seattle, che unisce alla narrazione della musica quella degli spazi coinvolti. Tra le guide che ho portato con me ci sono due artisti grunge non musicisti, Charles Peterson il fotografo (sono sue tutte le foto del post) e Art Chantry il graphic designer: due ragazzi che contribuirono tanto quanto Kurt Cobain o Bruce Pavitt dell’etichetta SUB POP a definire una vera e propria estetica.


Tra gli intellettuali, invece, ho scelto – per farci fare un ultimo saluto – Gus Van Sant, il regista con cui il corso era iniziato. Il suo Last Days con i piani-sequenza infiniti è uno stordimento offuscato che ben si sposa con quel sentimento misto di affezione e nostalgia che mi lega personalmente al grunge e ai suoi protagonisti ma che non me la sento di infliggere ai miei compagni di viaggio mettendo in loop canzoni e video. Infine, un unico testo porto con me per spiegare la teoria, per nominare le band, per descrivere le immagini, per rendere l’idea, per raccontare tutta la storia così come si è svolta: questo testo è un documentario, il migliore che potete trovare sull’argomento, e si chiama Hype! Grazie a Dio è su Youtube (diviso in più parti, di cui alcune sottotitolate in spagnolo) e a lui chiedo di sostituirmi nel mio ruolo di maestra obiettiva.


Una leggenda è una storia che sanno tutti e io ho scelto di chiudere il viaggio rivisitandone una. Perché, anche se non è andata a buon fine, resterà sempre una delle migliori favole della nostra generazione.

Il corso/viaggio di Letteratura Americana al momento spegne i suoi motori.

Sto cercando adesioni per far partire altri cicli in giorni e luoghi diversi. O per ripetere gli stessi viaggi ma con altri compagni d’avventura. O per uscire da Torino e fare anche solo una toccata e fuga da qualche altra parte. Dicono che sia brava. Io dico invece che è la letteratura americana ad essere sfrontata, indisciplinata e molto divertente.

Ci sono viaggi che si fanno da soli, e poi ci sono tutti gli altri.

A presto!

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