Pochi vestiti e una sola canzone: le 6 cose che ho lasciato a New York

Tra pochi giorni parto per la Louisiana e ho una nostalgia di New York da sentirmi male. Non ho coerenza né gratitudine, ho solo me attraversata da me. Quando andai per la prima volta a New York, a settembre del 2010, da sola e con un numero limitatissimo di cambi d’abito tanti quanti erano gli io che avevo scelto di portarmi dietro, avevo già l’entropica abitudine di camminare per strada con le cuffie nelle orecchie.


La canzone che senza alcun motivo significativo girava incessantemente nell’iPod durante un viaggio – quello per le strade, i ponti, i negozi, i battelli e i sotterranei di New York – che per lo più lo si fa a piedi, era questa. Rigorosamente questa, in questa versione dal vivo. Niente ricordi particolari, niente pensieri legati a qualcuno, affidavo ogni parola e ogni nota a un marciapiede, a un grattacielo, a una vetrina, a un parco.  Incessantemente. La ascoltavo tutti i giorni, tutto il giorno e non me ne stancavo mai. Ogni tanto mi commuovevo anche. Anzi, a dire il vero, mi commuovevo sempre.

Mi sono innamorata di New York come se ne innamorano tutti, eppure me ne sono innamorata come ci si innamora di un uomo: abbandonandosi. E per i tre anni a seguire, infatti, quella canzone non l’ho ascoltata più.

Siccome a New York ci ero andata da sola ed è sempre quando si è da soli chi ci si innamora più duro, decisi allora, in quel settembre di 4 anni fa fatto di pochi vestiti e una sola canzone, di lasciare indietro, di lasciare al mio uomo-New York alcune cose. Le cose che sarei andata a riprendermi un giorno, quando al posto di una città sarei riuscita a innamorarmi di un tu.

Uno. I lacci delle Converse grigie legati a un albero a Central Park, perché a me sull’erba piace stare a piedi nudi, soprattutto quando sto leggendo il giornale, e, nonostante la mia indifferenza, tu ti ostini a imitare la scena di paura di American Psycho ambientata al parco divertendoti un casino.

Due. Il cappellino degli Yankees nel portasciugamani del bagno dell’albergo, perché è ora che tu capisca cosa una donna italiana, seppur molto intelligente e sportiva, pensa del vostro sport preferito, il baseball.

Tre. Un biglietto della metro di Torino infilato per dispetto in un numero di una rivista super cool (ma sconosciuta) di una libreria super hipster (ma sconosciuta) di Dumbo dove tu vuoi entrare perché hai gli amici ma io dagli hipster mi sentivo esclusa allora e adesso pure.

Quattro. Il ticket per salire sull’Empire State Building comprato e lasciato nello Starbucks lì di fianco, perché non mi vergogno di avere la stessa (folle, visto il prezzo del biglietto) fantasia che hanno tutte le donne del mondo, ovvero quella di essere chiesta in sposa su quella terrazza piena di telescopi e punte di grattacieli condannati all’inferiorità eterna, e finché tu non ti decidi io lassù non ci salgo. Never.

Cinque. La lettera che ti ho scritto e spedito mentre stavo lì e che invece di imbucare nella buca delle lettere l’ho lasciata in una buca che avevo scovato in una pianta di Washington Square perché avevo paura che arrivasse alla persona sbagliata. O forse solo perché ancora non sapevo dove cercarti.

Sei. Le cuffiette dell’iPod nel bagno del cinese dove ho fatto pipì ad Harlem, sulla strada per l’aeroporto, che erano tutte consumate e ormai tanto non servivano più. Né a te né a me.

La prossima volta che vado a New York spero di riuscire a riprendermi tutto e spero anche che tra noi vada a finire così. Perché, in effetti, è proprio così che è cominciata.


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