Una finestra sulla Pop Revolution | Part 1

Come ho già fatto una volta, chiedo scusa a chi è più avanti di me nell’elaborazione della propria forma di pensiero e ha già risolto da un pezzo tutte le domande che ci sono al fondo di questo post. A voi il mio fervore potrebbe sembrare superato. Sento tuttavia il bisogno di aprire una finestra sul pop – un “modo” della cultura contemporanea a cui sento di appartenere – e alle sue capacità moderniste e dunque rivoluzionarie. Non tanto nei contenuti della sua proposta quanto nell’approccio di cui è esempio. 

E con queste sentite riflessioni, cari amici, dichiaro ufficialmente terminate le vacanze offline della McMusa.

Un pomeriggio di piena estate mi trovavo su quella spiaggia calabrese che da quando avevo due anni chiamo casa, stavo lì a prendere il sole e in mia compagnia c’era un’ospite di famiglia. Non conoscendoci, nei primi minuti di vicinato spiaggesco abbiamo provveduto a scambiarci le informazioni di base: dove vivi, che lavoro fai, quali sono i tuoi interessi, hai un compagno. Lei mi ha raccontato di sé le cose che aveva voglia di raccontare e io, brevemente, le ho detto: lavoro nell’editoria come libera professionista, sono appassionata di letteratura americana, da un anno tengo anche un corso di letteratura americana nella mia città, mi piace leggere e amo il mare. Schivando accuratamente la domanda sul compagno, entrambe abbiamo preso il discorso dei libri, l’abbiamo un po’ rimbalzato tra titoli, gusti e ricordi universitari, e poi, nel silenzioso cuocere del telo sotto il sole, abbiamo concordato che era ora di smettere di parlare e di iniziare a rilassarsi. Io ho preso dalla mia borsa, con una certa foga, L.A. Confidential; lei, con manifesta incertezza, ha tirato fuori Cinquanta sfumature di grigio.

L’occhio di un lettore cade sempre sul libro che sta leggendo un altro lettore a lui vicino. Non posso sentirmi in colpa per questo.

Mi sono sentita però tremendamente in imbarazzo quando lei ha sentito il dovere di dirmi: “Non è che leggo sempre libri come questo. Il mio libro preferito è Underworld, di DeLillo. L’avrai letto, immagino. È che tutte le amiche me ne hanno parlato e, insomma, sono curiosa, se non lo leggo mi sento fuori dai discorsi, è più una cosa che faccio per loro. Ma comunque lo so che è una cretinata.. però, insomma, è anche estate, una lettura leggera va bene, no?”

Quando iniziai l’università, fresca fresca di un diploma scientifico di cui il vanto più glorioso era l’essere una delle più brave in italiano (scritto e orale), io avevo un rigido credo: nella mia vita avrei letto solo classici. Tutto quello che c’era da capire e da imparare del mondo era già raccontato lì, tra quelle pagine: a cosa mi sarebbe servita la letteratura contemporanea, gli esordienti, per non parlare dei romanzi di consumo? A niente. Io solo grandi capolavori della tradizione, agli altri tutto il resto.

Mentre questi altri, anche a me molto vicini – i miei genitori, i miei amici e i miei fidanzati (allora c’erano!) – si divertivano a leggere fantascienza, polizieschi, Ammaniti e la Allende, io correvo leggiadra e superba su una strada cieca e solitaria, su una strada facile e senza ostacoli, quella del più cristallino degli snobismi. E ci correvo con il tipico sorriso dei cretini, quello rivolto soltanto a se stessi.

Per mia enorme fortuna, sulla strada dello snobismo a un certo punto piombò un meteorite, e io dallo schianto diedi il giro: prima i corsi alternativi e sfrontati della professoressa Barbara Lanati, poi una tesi sul post-postmoderno e le forme del romanzo ultra contemporaneo, poi un master in American Studies e infine l’insegnamento di una delle letterature più giovani al mondo, proprio quella da cui proveniva il meteorite. Potente, dirompente, luminosa, persino accecante, la letteratura americana mi salvò dall’idiozia e così finii per passare da quella che leggeva solo classici a quella che Cinquanta sfumature di grigio non solo lo ha letto con piacere ma lo ha portato anche come materia di studio a un corso di letteratura.

“Ma certo!”, le ho risposto io. “Guarda che l’ho letto anche io quel libro e, per quanto leggero, ti assicuro che ha tante cose da non sottovalutare.”

“The Revolution Network”, poster by Lifeversa.


Ho cercato di chiudere così il discorso, con una breve frase e uno sguardo convincente dai miei ai suoi occhi, per poi ritirarmi in una apparente lettura ellroyana e martellarmi sotto sotto il cervello di domande tipo: questa persona ha sentito il dovere di darmi spiegazioni sulle sue letture, sarà stato perché io lavoro nel settore? Le avrò trasmesso disagio? Ma no, non sei il tipo che mette la gente a disagio.. E allora perché? Non è che Ellroy sia Manzoni, voglio dire. Che brutta cosa.

Poi le domande si sono calmate e il pomeriggio è andato via così, insieme ai restanti giorni di mare, le sere frizziche di fine agosto, quelle dei primi di settembre, la ripresa dei contatti con il mondo, il trauma del rientro. Fino ad arrivare alle catene dei 10 libri preferiti che circolano su Facebook in questi giorni e al ripresentarsi in me di un’impellente, incontrovertibile e violenta esigenza: mandare a cagare chiunque abbia qualcosa da ridire sui gusti del prossimo. Chiunque ne chieda una spiegazione come a intendere che in questi c’è qualcosa di sbagliato.

Nel mio caso erano i classici, eppure lo snobismo si incarna – sono certa che voi già lo sapete – in diverse forme: solo la nicchia, solo il difficile, solo il francese, solo poesia, solo fumetto, solo quello che non leggono gli altri e così via. Escludendo da quel “solo” tutto il resto e facendolo con la pretesa di avere anche soltanto una buona ragione, chi è affetto da snobismo lo è perché chiude, lo è perché allontana, lo è perché si rende solo e noioso. Chi è affetto da snobismo non si diverte del divertimento popolare.

Non so se sia un retaggio che ci portiamo dietro dalla scuola o dall’impronta tradizionalista della nostra lenta cultura italiana, eppure mi chiedo: ma perché siamo così propensi ad affidare alla lettura come prima e principale esperienza quella intellettuale? Quella del “valore” e non, invece, quella del divertimento? Perché il piacere (e le sue forme più diverse: la curiosità, la distrazione, la leggerezza) deve venire per forza dopo? Anche solo di un millimetro, ma comunque dopo? Perché ci viene così facile giudicare (attività puramente intellettuale) una persona in base alle sue letture invece che farle una semplicissima domanda di pura conoscenza: “Perché quel libro ti è piaciuto? Cosa ti è piaciuto?”, e soprattutto porci in ascolto sincero della risposta? Imparare qualcosa da quella risposta senza avere la pretesa di poterla anticipare? Perché il nostro intelletto viene prima del piacere degli altri?

E sono certa che, ritenendo che la ragione sarebbe stata di poco valore, abbiamo evitato tutti, almeno una volta, di chiedere ai nostri amici lettori di Fabio Volo/Paulo Coehlo/Dan Brown/whatever: “Ma perché ti piacciono così tanto i suoi libri?”, ammazzando così sul nascere ogni possibile confronto.

E poi, la domanda delle domande: perché non ci è mai stato trasmesso che anche il valore intellettuale può essere piacere (leggo I Promessi Sposi perché è un libro fantastico e non perché è importante)? O, meglio, che nessuno è così intellettualmente superiore da non aver bisogno del piacere? Rendiamoci conto che noi siamo quelli che diciamo di aver letto Infinite Jest (e mi secca pure fare sempre questo esempio, ma almeno ci capiamo) perché è intellettualmente difficile e complesso quindi di valore e ci vergogniamo di dire il contrario. Ripeto: noi siamo quelli che mentiamo su un libro perché dire che non abbiamo piacere di leggerlo (letteralmente) potrebbe lasciarci fuori da qualcosa. Uno status, una cerchia di amici, una pretesa. Ma a qualcuno di voi frega veramente sapere se uno ha letto o no Infinite Jest per avere un’opinione di lui? Sul serio? Più del perché o no l’ha fatto?

“Pastich pop” di Jacques Villeglé.


Se la lettura fosse puro piacere e se lo fosse allo stesso modo anche la ricerca della bellezza, non ci sarebbe problema alcuno, non ci sarebbe proprio niente da ridire non solo ad avvicinare James Ellroy e E L James (che già stanno benissimo insieme perché i loro nomi sono anagrammatici) ma anche a pensare che la lettura torna all’intelletto attraverso l’accostamento, il confronto implicito, il dialogo interno tra le letture, la penetrazione del popolare nel ricercato, dell’intrattenimento nella cultura, del valore nel piacere.

Certo, per fare tutto questo bisognerebbe avere con sé tre cose:

  1. fiducia nelle proprie capacità di lettori (sappiamo distinguere tra le opere e riconoscere il valore letterario dove c’è);

  2. prontezza nel saper rispondere a tono a chi ci chiede spiegazioni sui nostri gusti, anche quelli più pop (e qui ci vuole un certo allenamento);

  3. dei buoni maestri, appunto, di pop (e in questo spero di potervi aiutare).

[To be continued..]

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