top of page

Una finestra sulla Poptimist Revolution | Part 2

La settimana scorsa pubblicavo un articolo pieno di domande infervorate sul concetto di piacere legato all’atto della lettura e, ancor più, sulla necessità di rivendicare per tale piacere un posto di pari importanza rispetto al più intellettuale “valore letterario” dell’opera letta. Era un pezzo piuttosto articolato, che forse avrebbe dovuto avere forma più seria e sede più appropriata, eppure sentivo il bisogno di scriverlo qui, così. Oggi, cercando di non vestire i panni della prof noiosa ma piuttosto di far parlare maestri più insigni di me, propongo alcune risposte a quelle domande, sperando di aprire dentro la vostra vita una finestra che, a parer mio, dovrebbe stare sempre spalancata e da cui sarebbe bello affacciarsi di tanto in tanto per fare una piccola rivoluzione: quella sul Pop, a cui oggi si aggiunge una connotazione del tutto positiva e diventa Poptimism.

La prima prerogativa della Poptimist Revolution è l’inclusione o, nella sua accezione più violenta, la voracità. A proclamarlo è Elisabeth Donnelly, editor di nonfiction che lo scorso 28 agosto ha pubblicato sul sito americano di cui è penna, Flavorwire, un vero e proprio manifesto. Un manifesto che, oltre a non risparmiare qualifiche come “snob” e “noioso” ad alcuni colleghi che si occupano di book criticism, mette in luce un nodo concettuale dirompente della critica letteraria, tanto semplice quando obliato: ma chi diavolo l’ha detto che il valore di un libro sia esclusivamente quello letterario? Che per fare di un’opera una grande opera i critici debbano per forza sottolinearne esclusivamente le qualità di scrittura?

A ben vedere, scrive Donnelly, un libro ha molti altri valori: quello culturale, per cui è sintomo e traccia di una tendenza del tempo e dello spazio in cui viviamo; quello commerciale, per cui un solo libro – e lei cita non a caso Cinquanta sfumature – non solo salva il culo a un’intera casa editrice per un anno ma si prende cura anche di un altro sedere, quello del tipico scrittore bianco e borghese, frequentissimo oggetto delle recensioni dei colleghi snob, che in quello stesso anno, grazie alle vendite dei bestseller, può stare isolato a casa propria a scrivere un’opera magistrale sulla crisi di mezz’età sua e dei suoi amici e però sì che lui la sta scrivendo da dio; il valore, infine, per sé, ovvero il proposito per cui una storia è stata scritta e soprattutto ricevuta, un proposito che merita sempre attenzione e che invece la maggior parte delle volte viene ignorato. Il concetto della rivoluzione è dunque molto semplice e sta tutto in un cambio di visuale: è ora allargare, di aggiungere, di includere e insieme di mettersi a indagare perché il tal libro appena incluso abbia coinvolto milioni di persone invece di continuare a recensire lodevolmente libri e storie che alla fin fine leggeremo in tre. Anche se sono scritti meglio.

Anche se un libro ha parole che esistono per il solo proposito della masturbazione, tale librò finirà per avere per il mondo più valore di tutti quegli oscuri esperimenti sperimentali sul come farsi le seghe letterarie.

E guarda un po’, a corroborare la tesi provocatoria di Donnelly ci pensa proprio un autore che altro che seghe letterarie!, lui è stato il re indiscusso delle crivellazioni cerebrali, è arrivato a un pubblico ristretto e a volte fanatico, gode di un’indiscussa fama intellettuale, ha fatto e disfatto il canone letterario semplicemente studiandolo, e oggi compare nelle liste dei vostri amici perché ha finito per diventare il simbolo di un certo tipo di generazione senza santi né eroi eccetto lui.

Nel 1994, vent’anni prima di questa mia riflessione, questo era il programma che David Foster Wallace faceva studiare ai suoi studenti della Illinois State University a Bloomington (qui ne trovate altri).

Dopo aver inserito 8 titoli che definire popolari è quasi un eufemismo, il professor Wallace indica come obiettivi del corso – attraverso parole che non vuole che siano “narcotizzanti” – l’individuazione di valide ragioni per farsi piacere o no un libro, l’investigazione di come queste storie pop sono state costruite, l’analisi delle loro categorie narrative e dei generi, e poi, mettendo da parte qualsiasi pesante teoria letteraria, la ricerca di tecniche o temi sofisticati nascosti sotto la superficie dei libri, libri che – a una veloce lettura in aereo o sulla spiaggia – sembrano nient’altro che intrattenimento, nient’altro che superficie.

Questi testi popolari finiranno per essere molto più duri da sviscerare e leggere criticamente delle opere considerate convenzionalmente “letterarie”.

Lasciando queste parole sagge sedimentare da sole nelle vostre teste (capito? imparare ad avere delle buone ragioni per farsi piacere o no un testo.. io lo trovo così umilmente geniale che potremmo chiudere qui il discorso – e invece), ricapitoliamo.

Finora, la Poptimist Revolution fa queste cose:

  1. permette a diversi tipi di letture di convivere fra loro > principio della curiosità;

  2. sperimenta tutta la gamma di sensazioni che la lettura offre al lettore > principio del piacere;

  3. considera degne di studio tutte le opere che include perché d’interesse sono le ragioni che le hanno fatte nascere e vivere, il loro sviluppo narrativo concreto e quello che dicono del nostro tempo > principio dell’intelletto.


A dare fine a questo mio ragionamento e al tempo che avete voluto concedermi, arriva un’esperienza concreta, molto simile a quella che possono aver vissuto gli studenti di Wallace anni fa, anche se di proporzioni più modeste. Durante la frequentazione del master in American Studies, ho avuto la fortuna di imbattermi in un professore di lettere della CUNY (università newyorchese) e nel suo corso intitolato: American Disasters. Il professor Ashley Dawson era venuto all’Università di Torino e a noi, figli di una cultura che vuole a tutti i costi avere la C maiuscola, aveva proposto questo: cinque romanzi contemporanei per analizzare il concetto di disastro e l’importanza culturale che esso detiene nella società americana dai suoi albori ad oggi, passando per la bomba atomica e soprattutto il 9/11, passando attraverso le sue declinazioni apocalittiche, teologiche, naturali ed economiche.

Che, in parole meno narcotizzanti, ha voluto dire far convivere queste cinque opere in un corso accademico, fianco a fianco:

  1. Zeitoun, Dave Eggers > a metà tra diario e romanzo, è il resoconto in prima persona delle

conseguenze dell’uragano Katrina su una famiglia araba di New Orleans (disastro naturale e sociale);

  1. The Year of the Flood, Margaret Atwood > romanzo fantascientifico, narra della rinascita del mondo dopo che il Diluvio l’ha annientato (disastro apocalittico);

  2. Left Behind, Tim LaHaye e Jerry Jenkins > il primo di 12 libri sulla fine del mondo, racconta cosa potrebbe accadere a chi rimane indietro e deve occuparsi di annientare il male e ricostruire la società (disastro apocalittico e teologico);

  3. The Big Short, Michael Lewis >  la storia della crisi economica del 2008: responsabili in carne e ossa, giornate di delirio, indici di borsa, spiegazioni ai limiti del comprensibile (disastro economico);

  4. Netherland, Joseph O’Neill > alla fine non l’abbiamo letto perché gli altri ci hanno preso più tempo, ma ha a che fare – indovinate un po’ – con il 9/11 (disastro sociale e storico).

A parte l’invito che vi rivolgo a notare la parola bestseller che ricorre su tre delle quattro cover qui presenti e il complementare invito a notare – ancora – la strada crossmediale (e pop) che ognuno di questi libri ha percorso dopo o durante la pubblicazione (adattamenti cinematografici, video, gadget, interviste ai personaggi, sì, ho detto personaggi, ecc.), le vere domande che voglio farvi sono:

lo sapete che Left Behind ha venduto circa 70 milioni di copie e in America è il libro più letto dopo la Bibbia? Lo sapete che, sotto sotto, racconta di come la cristianità dovrebbe controllare ogni aspetto della comunità, incluse la scienza e la vita privata? Lo sapete che i fondamentalisti cristiani in America sono pochi ma talmente influenti che molti di loro stanno nelle fila della dirigenza repubblicana?

No? Non lo sapevate?

Neanche io.

Left Behind è un libro orrendo, scritto di merda e tendenzioso oltre ogni livello. Eppure. Eppure

ha dato voce e allo stesso tempo influenzato l’immaginario post-apocalittico di milioni di persone. E ha messo in luce tutto un insieme di riflessioni identitarie tipicamente americane che sarebbe pericoloso non conoscere.

Pensate a non averlo letto!

Se qualcuno ancora ha qualcosa da dire sulla vuotezza di contenuti, sul mutismo intellettuale di certi tipi di libri, a questo qualcuno io suggerisco di imparare ad avere orecchie per saper ascoltare, suggerisco di avere delle buone ragioni per giudicare un libro e, se tutto quello che riesce a sentire è solo intrattenimento, di non farsi problemi a goderne. La sua sensibilità, un giorno, magari anche solo quello stesso giorno, gli restituirà il valore di quel piacere, in qualche modo.

Ho finito.

Comments


bottom of page