Una storia che mi è piaciuta

Quella di un signore di nome Tito che, come tante storie americane, iniziò tanti anni fa con un provvidenziale fallimento. Lavorava per delle compagnie petrolifere tra gli Stati Uniti, il Venezuela e la Colombia ma il lavoro andava male e le prospettive erano grigie.

Tornato a Austin per un impiego meno rischioso in un’agenzia di mutui, Tito cominciò a fare degli esperimenti con una vodka artigianale, o meglio: cominciò a produrre a casa sua, di sua spontanea volontà, una vodka homemade e a distribuirla gratuitamente agli amici quando questi organizzavano qualche festa. “Ah ma tu sei il tizio della vodka!”, gli dicevano ai party. Desideroso di trovare una tecnica di produzione e distribuzione più ufficiale ma scoraggiato dai negozianti di liquori che gli prospettavano un futuro di guadagni risicati in Texas, figuriamoci nel resto degli Stati Uniti, Tito ebbe un’idea e lasciò così anche l’impiego dei mutui: andò all’università di Austin e si mise a studiare sui libri i metodi di distillazione, prendendo esempio dalle distillerie clandestine (e artigianali) dei tempi del Proibizionismo. Se ce l’avevano fatta loro ce l’avrebbe fatta anche lui, e anche meglio, producendo vodka di buona qualità. E a questa idea ne seguì un’altra: entrare nel giro della beneficenza. Portare la vodka là dove c’era più bisogno. Che detta così sembra sagace, e in effetti sagace fu, ma nella sagacia non c’è peccato, soprattutto quando si tratta di business. Aggiungendo alla vodka artigianale alcuni altri prodotti locali e producendo così drink originali e smooth, “a prova di signora”, Tito diventò pian piano il fornitore ufficiale di cocktail ai party di beneficenza di Austin, della contea di Austin e del Texas. Poi la parola passò, la sua vodka era buona, i baristi cominciarono a richiederla: e fu allora che lui cominciò a consegnarla ai locali, a bordo del suo furgone con il suo cane, ma anche a farsi pagare. E da allora i locali si moltiplicarono, prima in America poi in più di altri 100 paesi del mondo. Tra cui l’Italia.


la vodka di Austin ai miei corsi sul Texas e ai Book Riders in loco. Era come dare un sapore ai libri, come aver trovato il giusto grado alcolico per storie altrettanto forti e di carattere. Non credo che sarebbe potuto succedere con molti altri brand o con partnership impostate su criteri diversi: io non ci avrei creduto, loro nemmeno. Non sono molto attratta dalla sponsorizzazione “a pacchetto”, non ho neanche i numeri per attrarre sponsor che desiderino la visibilità di un unpacking su Instagram e, francamente, vedendo come lo fanno bene alcune persone in rete, io so già che fallirei per “innaturalezza”. Per me – che sono difficile, direbbe qualcuno – ci vuole qualcosa di più: un incontro, una storia in comune, un intreccio narrativo. Ci vuole qualcosa che poi vada a finire così.

Tutte le fotografie di questo post sono di Elena Datrino, Book Rider nonché reporter di viaggio. Se però volete assaporare ancora più a fondo questa vodka, vi lascio un piccolo ed esplosivo consiglio: si chiama Fire in the Hole e io adesso che l’ho provato lo vorrei bere tutte le sere.

Prendete un jalapeño e tagliatelo in cima. Cospargete il bordo di peperoncino e sale, e riempite l’interno di Tito’s Vodka più un goccio di liquore all’arancia. Infilatelo poi in un bicchierino pieno di Coronita, una birretta che serve da chaser. Dopodiché portatelo ai vostri ospiti o alla vostra bocca e auguratevi in bocca al lupo. In ordine: leccate il bordo del jalapeño, bevete la vodka, mordete il jalapeño e infine scolatevi la Coronita. Il vostro stomaco esploderà ma a quel punto starete già vedendo angeli, unicorni e longhorns volare con voi 😉

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