24 ore, 10 proiettili, 10 ragazzi, 1 libro impressionante

Ogni volta – e sono tante – che qualcuno mi chiede perché non vivo in America rispondo con una cosa semplice: per le armi, ho paura. Curioso allora – se non addirittura beffardo – il fatto che io abbia letto questo libro proprio adesso che sto trascorrendo negli Stati Uniti il più lungo periodo di sempre: quasi 4 mesi. Me lo sono portato dall’Italia, avevo una gran voglia di leggerlo; più lo leggevo, tuttavia, e più mi veniva voglia di tornare a casa. Di tornare in Italia dove delle armi fortunatamente non ho (ancora) paura.

È un libro impressionante.

L’America è un luogo di ombre lunghe e spaventose, di incubi a cui non si può credere; l’America è mangiata da un buco nero che ne racchiude infinite di ombre, ne produce infiniti di incubi. Se la mia risposta “per le armi, ho paura” è quasi infantile e non viene capita praticamente da nessuno, il libro che ho letto in questi giorni a Los Angeles ne costituisce la spiegazione, la descrizione più completa ed accurata. Questo giustifica la fatica e l’avidità con cui l’ho letto; questo giustificherà anche a voi – spero – il tono così secco con cui ne tenterò una recensione.

È un libro impressionante, dicevo.

Racconta la storia di un giorno qualsiasi dell’anno, precisamente il 23 novembre del 2013, preso a campione per registrare le morti per arma da fuoco di alcuni minori, alcuni ragazzini di età compresa tra i 9 e i 19 anni negli Stati Uniti: dieci. L’età adolescenziale (nel suo range più ampio) è l’unico discrimine della ricerca del giornalista inglese, autore del saggio, Gary Younge. Non ve ne sono altri, né geografici, né sociali, né etnici, né religiosi. Quelli emergeranno, certo, ma dopo. Lo scopo del suo lavoro è raccontare qualcosa che purtroppo, nel suo assunto di partenza (qualcosa che condivide lo stesso insieme di significati e significanti della cieca difesa del Secondo Emendamento della Costituzione americana), non fa distinzione di nulla: l’abitudine alla morte, “il brusio di fondo” dei colpi d’arma da fuoco che ogni giorno uccidono una media di 6.75 vite umane sotto i vent’anni. Al di là delle stragi nelle scuole o nei luoghi pubblici, e oltre il numero degli adulti di cui vi invito comunque a ipotizzare una stima.

L’ho detto che è un libro impressionante.

E lo è ancor più per come tutto questo viene raccontato: un capitolo per ogni ragazzo, da chi è deceduto per primo a chi è deceduto per ultimo nell’arco delle ore che in un giorno solare coprono tutti e quattro i fusi americani. E se il primo è un bambino di nove anni che si affaccia dalla porta di casa verso la strada, una mattina come un’altra, e viene freddato dall’ex di sua madre, mi chiedo come io abbia fatto ad arrivare fino a pagina 192 per scoppiare a piangere nel bel mezzo di uno Starbucks. Il buco nero della società americana, quello che permette che un bambino di nove anni venga assassinato la mattina invece di affondare la faccia in una tazza di latte e cereali, in questa successione di morti, in quei dieci capitoli, svela tutti i tratti d’orrore che io cerco di contenere in quella frase infantile senza chiaramente riuscirci: la rassegnazione, la disuguaglianza, lo scollamento dalla realtà, la povertà, l’ignoranza, la quotidianità (questo è uno dei più devastanti, se ci pensate.. diventa l’abitudine), l’individualismo, l’assenza di una rete sociale, la segregazione, l’indifferenza di chi sta meglio, l’indifferenza dei media, l’indifferenza dei politici, l’indifferenza e basta.

È un libro impressionante, che ha dato facoltà di parola a tutto quello che dell’America mi fa paura.


La televisione è sempre accesa, i trafiletti sui giornali troppo brevi, la vita insignificante se questi vengono definiti incidenti.

Questo è un libro impressionante.

Perché impressionante è il luogo in cui accadono, l’avamposto del progresso occidentale e la sua nemesi. Una nazione frantumata in mille diverse aree geografiche e sociali di cui Gary Younge si fa l’onere di fornire ricostruzioni storico-economiche che, a mio parere, costituiscono una delle componenti più meritevoli di questo testo. Dallas, Newark, Chicago; i sobborghi e i paesini di provincia con 1800 abitanti; i quartieri di periferia, le vie che hanno i nomi delle fiabe, i muri con i graffiti, i projects dove le ronde della polizia sono infinitamente meno numerose di quelle delle gang. L’idea che quasi tutti questi ragazzini stavano per andare da un’altra parte, quell’altrove mitologico (the promised land) dove si spera sempre di stare meglio ma dove l’America trova lo stesso il modo di tradirti.

È un libro impressionante.

Che ringrazio di aver avuto tra le mani e che sia stato scritto. Nonostante qualche dubbia scelta di traduzione e qualche imprecisione formale, mi ha fatto un regalo potente e dolorosissimo, che si ripete in questo stesso istante in cui sto scrivendo: piangere qualcuno per cui si è pianto troppo poco, piangere l’orrore di una cosa che ami così tanto.

È un libro impressionante, che spero davvero vogliate leggere.

Gary Younge, Un altro giorno di morte in America, add editore 2018, 352 pagine. Traduzione di Silvia Manzio.

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