Come si fa una libreria per non far morire una libreria

Avete mai notato che il libro, quell’oggetto dell’intrattenimento e più di rado dell’arte che svela il proprio senso una volta aperto, ci viene venduto sempre chiuso? Anzi, un passo indietro: avete mai notato che il libro, quell’oggetto che si usa sempre in forma aperta, ci viene sempre venduto e presentato chiuso?


Non intendo, infatti, nel sacchetto, una volta comprato e scontrinato.

Intendo proprio in libreria.


Quando una persona entra in una libreria, che sia un lettore forte o meno, entra in realtà in una grande bugia o, quando va meglio, in una eco assordante di strilla tutte diverse e tutte uguali: i blurb sulle cover, le fascette, le quarte, i colori e le immagini delle stesse cover, i post-it con le recensioni e i consigli degli altri scrittori o lettori, le offerte promozionali, le barriere architettoniche fatte del libro che verrà presentato la sera dopo, ancora i blurb, le sfilze di titoli più o meno ermetici, le classifiche, i tweet dei blogger, i blurb.


Normalmente da questa grande bugia divoratrice il lettore più o meno forte esce o con l’aiuto della porta e a mani vuote o con l’aiuto del libraio, una voce che arriva in soccorso e si fa sempre più vicina, sovrasta l’eco assordante di strilla e buca la bugia contrapponendole l’onestà di un mestiere: “Posso consigliarti qualcosa?” E parte finalmente un dialogo di voci vere. Consigli, esperienza, paragoni, un sacchetto, uno scontrino e via. Buona lettura.


Se non fosse che anche qui, in questo dialogo di voci vere, accade spesso una cosa grave. Viene fatta tacere l’unica voce che invece avrebbe dovuto parlare, l’unica voce che poi il lettore conoscerà a casa o al bar e gli parlerà per giorni, la voce che è nata molto tempo prima di quella del libraio e molto più lontana dallo spazio del lettore, una voce che a volte è anche in grado di cambiare delle vite o di creare antipatie intime ed eterne: la voce del libro. La voce del libro che sta lì e sta ancora chiuso mentre se fosse stato aperto sin dall’inizio forse le cose sarebbero andate diversamente.


Amici librai, com’è è che ancora non vi è venuto in mente di lasciare un libro aperto da qualche parte, metterci dentro un segnalibro a forma di freccetta e indicarci con la sua punta un passo particolarmente bello? Com’è che ancora non vi è venuto in mente di lasciare un libro aperto da qualche parte, magari una copia omaggio (tipo il tester delle profumerie) e riempirlo di orecchie, di post-it, di segni a matita che raccontino insieme al libro anche la vostra lettura? Ancora e più semplicemente. Com’è che ancora non vi è venuto in mente di aprire un libro, aprirne due tre quattro venti e lasciarli così, semplicemente aperti da qualche parte in libreria e a disposizione di chi passa e liberi di far uscire la propria voce?


“Tieni, vai, siediti e leggilo, ne riparliamo tra un’ora.”


Andate giù con lo sguardo alla gallery di foto di The Last Bookstore. Qui, in questo tempio pagano del libro con sede a Los Angeles, accade questo: i libri parlano e tu, lettore, hai un’ora per parlare direttamente con uno o più di loro accomodato su una poltrona e poi decidere se abbandonare il dialogo oppure portartelo a casa. Perché se gli americani hanno un paio di cose da insegnarci riguardo alla cultura queste cose sono: 1) la capacità di rendere tutto (TUTTO) intrattenimento (che vuol dire piacere, vicinanza, pop, leggerezza, interazione, accessibilità e divertimento) e 2) la libertà di intendere la cultura e i suoi prodotti come qualcosa che deve essere usato (che vuol dire vissuto, interpretato, rovinato, scartato, stropicciato, ascoltato, giocato, reinventato).


Che vuol dire anche dare voce al genere fantasy e ai suoi libri, ad esempio, facendo uscire le storie dai libri, trasformando le storie stesse in ambientazione, in un vero e proprio labirinto del mistero dove dentro i libri ci passi, in mezzo ai libri sbuchi e ti fai una foto, dei libri non senti solo l’odore ma vedi una rappresentazione semireale intorno a te. Una rappresentazione che magari non sarà la tua una volta letto il libro, ma che sicuramente già inizia a raccontare, già inizia a dialogare e a far sentire, appunto, la propria voce a te e a te soltanto.



In una notissima catena di intimo italiana vige una regola, più o meno segreta: mai e poi mai far trovare al cliente il negozio perfettamente in ordine. Lasciare sempre qualcosa da spiegazzare in giro, dare sempre l’aria di stare sistemando un paio di mutandine, non chiudere mai perfettamente i cassetti, mettere in disordine piuttosto, per poi rimettere in ordine. La prossima volta che entrate fateci caso: in questi negozissimi c’è sempre molto da fare, sembra quasi che la merce ti inviti a toccarla e a non volersene stare brava.

Pensamoci: e se fosse una strategia vincente?


Cosa faresti tu, lettore, se entrassi in una libreria e trovassi alcuni libri aperti in disordine? Cosa faresti se il libraio ti leggesse un pezzo di un libro e poi lasciasse la copia lì, sparsa sul bancone in mezzo alle altre? Cosa faresti, ancora, se fossi uno dei Book Riders che va in giro per la California del noir e ti ritrovassi nella seconda libreria più importante di Los Angeles, Book Soup, che per puro caso ha allestito la vetrina del suo negozio su Sunset Strip come una scena del crimine e su quella scena del crimine fatta di storie e parole ci fossero tutti i libri che stai inseguendo tu durante quel preciso tour letterario? Faresti come abbiamo fatto noi: da quella libreria non usciresti più e compreresti come minimo 30$ di libri a testa. Perché se c’è chi per i libri ci muore, figuriamoci se non c’è chi per i libri ci spende.


Mentre immagino, nella mia libreria del cuore, un mese dedicato ai libri ambientati in Texas con cappelli da cowboy dappertutto sui volumi aperti, musica country nelle casse, balle di fieno e selle in vetrina, marshmallows arrostiti che macchiano le copertine dei libri, stivali e briglie che scandiscono pagine, mi piacerebbe invitare i miei amici librai e tutti gli altri librai che leggeranno questa riflessione a osare di più, ad allestire la propria libreria con la voce dei libri, ad aprire i romanzi e leggerne delle frasi a chi chiede consiglio, a lasciare che siano i libri a chiamare i lettori non attraverso le voci degli altri ma attraverso il bianco delle proprie pagine. Pagine aperte.


Ad essere semplici medium tra la voce di uno, il lettore, e quella dell’altro, il libro.

Perché se non iniziate a farlo voi, questo sporco lavoro, allora la bugia dei blurb sarà per sempre.