In California ad assaggiare l'Italia: i vini e la storia di Martha Stoumen


Martha è una produttrice vinicola californiana che ha dato vita a un sogno - un sogno lavorativo ma anche passionale, di bambina - partendo dall'Italia. Ho raccontato la sua storia e l'inizio della sua attività in un'intervista uscita nella newsletter #SognaAmericano di oggi. Siccome, però, le sue risposte erano sì lunghe ma anche estremamente interessanti, ho deciso di non tagliarle bensì di spezzarle in due "puntate": la newsletter appunto, che puoi leggere da qui, e questo post.


Sono certa che le sue parole vi trascineranno! Per me è stata una vera scoperta.


Qual è la caratteristica più innovativa del tuo lavoro da un punto di visto ambientale?


La caratteristica più innovativa del mio lavoro da un punto di vista ambientale ha a che fare col modo in cui ho pensato la produzione e la miscelazione del vino e di come ho sfruttato le differenze nei modi di produzione del vino fra Stati Uniti e Vecchio mondo.


Mi spiego meglio: dopo il Proibizionismo, la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale l’industria del vino in California ha ripreso a prosperare; negli anni Cinquanta i contadini hanno ricominciato a piantare le viti amanti del sole tipiche dell’era pre-Proibizionismo che sapevano avrebbero attecchito bene in California, come lo Zinfandel, il Carignan, il Valdiguie (talvolta chiamato Napa Gramay), il Petite Sirah e il Colombard. Queste uve sono confluite in blend etichettati come Chablis e Burgundy che, in realtà, non avevano niente a che fare con le regioni da cui prendono il nome. A prescindere dai loro nomi, questi vini degli anni Cinquanta e Sessanta erano decisamente californiani: venivano miscelate un’accozzaglia di uve che crescevano floride in California provenienti da diverse regioni, proprio com’era successo con gli immigrati. A partire dagli anni Sessanta, arrivando fino a oggi, i nostri modelli per produrre vino in queste zone sono cambiati: abbiamo iniziato a basare la produzione esclusivamente sulle uve disponibili, secondo il sistema di denominazione francese. Abbiamo smesso di usare i nomi di vini DOC come Chablis – grazie al cielo – e li abbiamo rimpiazzati con le nostre uve amanti del sole insieme ad altre che prosperano in climi più freschi come lo Chardonnay e il Cabernet Sauvignon. I produttori vinicoli di Napa hanno creato dei blend con le uve concesse dai regolamenti DOP di Bordeaux e Burgundy: ciò significa che il Cabernet Sauvignon può essere miscelato col Merlot, e lo Chardonnay può fare un vino monovarietale, anche se nessuna legge di Napa impone che ciò venga fatto regionalmente. Questo vale per gran parte della California. Napa ha ottenuto grande successo negli anni Settanta grazie a questi vini, ma anche allora c’era molto più caldo rispetto alle regioni da cui queste uve provenivano e senza saperlo si stavano emarginando da un punto di vista culturale e ambientale. Anche se noi americani possiamo fare tutto quello che vogliamo – possiamo persino miscelare uva e mele, oppure un acino bianco originario della Grecia con uno rosso della Georgia e una varietà ibrida americana – quando ho cominciato il mio business nel 2014, i produttori vinicoli degli Stati Uniti consideravano validi i loro vini solo quando emulavano quelli europei.


Cosa c’entra questo con l’ambientalismo? Quando ho iniziato a produrre vino, uno dei miei principali dettami era quello di preservare la nostra terra per le generazioni a venire. Promisi di non usare diserbanti e insetticidi e di rigenerare il terreno. Ho sposato la coltivazione senza irrigazione perché mi sembra il modo più responsabile per lavorare la terra in California, che è spesso colpita dalla siccità, nonostante questo porti a una resa scarsa e un prezzo elevato della terra. Tutte queste pratiche sono positive per l’ambiente, ma sapevo che rinunciando alle tecniche più moderne di viticoltura andavo incontro a un raccolto più variabile ogni anno, sia per quanto riguarda il volume sia per quanto riguarda il gusto. Dieci anni prima, all’università, avevo seguito dei corsi sul riscaldamento globale, per questo ho avuto molto tempo per pensare a come il cambiamento climatico avrebbe reso ancora più variabili i raccolti negli anni a venire. Per giunta, mentre cominciavo la mia attività, il consenso generale nell’industria vinicola era che la coerenza del prodotto (ovvero del vino) e l’uso di uve molto riconoscibili e amate era essenziale per la sopravvivenza degli affari. In pratica mi stavano dicendo che se non mi fossi adattata non avrei potuto fare vini commerciabili.


Ma io non avevo intenzione di cambiare idea sui metodi di coltivazione, né volevo aggiungere additivi moderni per la produzione di vino alle mie fermentazioni in cantina. Pensavo fosse tempo di un cambio di paradigma. Perché rimanere sui soliti Pinot noir, Chardonnay e Cabernet Sauvignon? Perché preferire un vitigno singolo a un blend? Perché promettere ogni anno un vino rosso maturo e strutturato da un vitigno di uva rossa? Chi ha creato queste “regole”? In ogni caso, non erano certo inscritte nelle leggi californiane, ed è qui che ho visto un’opportunità. La vendibilità non è forse data dalla qualità, dal piacere e dalla comunicazione?


Quando ho iniziato la mia attività non ho mai assicurato alla mia (allora inesistente) base di clienti che avrei sfornato sempre gli stessi vini, anno dopo anno. Ho detto che nessuna varietà d’uva era esclusa a patto che potesse essere coltivata in maniera responsabile verso l’ambiente. Ho trovato vecchi vigneti del dopoguerra che non avevano mai smesso di produrre queste storiche viti amanti del sole e ho cominciato a piantarne altri mai viste in California – ma sempre amanti del sole – come il Nero d’Avola e il Vermentino. Ho sgombrato la mente dai regolamenti DOC della Francia che hanno governato il mondo del vino e ho iniziato a combinare le uve che stavano bene insieme di anno in anno, come i miei Young Vines del 2019, fatti partendo dallo Zinfandel con un pizzico di Vermentino. Ho detto ai miei clienti che la natura è incostante, varia e bellissima, e che i miei vini si sarebbero adattati a lei. Mi sembrava una cosa positiva. Adoro sperimentare con il cibo e il vino e, anche se gli esperti dell’industria mi ripetevano che i consumatori non erano “pronti” a delle uve di cui non capivano la pronuncia, fatte con stili che non si adattavano facilmente alle etichette di rosso, bianco e rosé, io ero convinta che anche i miei clienti avrebbero amato sperimentare. Chi beve vino è una persona, non una pecora. La mia unica promessa è stata che avrei fatto il mio meglio per fare dei vini deliziosi a partire da uve di altissima qualità. L’espressività e la varietà di sapori che si possono sperimentare accogliendo la variabilità della natura, così come le sfide creative che mi si sono parate davanti in quanto produttrice vinicola sono state una benedizione, non un inconveniente.


Mentre gli altri si limitano a usare le uve più vendibili e storicamente celebri e sono dunque costretti a utilizzare prodotti chimici e usare una forte irrigazione nei vigneti, oltre che aggiungere additivi nella cantina così da potersi adattare al clima che cambia, io ho affrontato la questione da un punto di vista opposto: sono totalmente flessibile per quanto riguarda la varietà d’uva e lo stile del vino, il che mi ha permesso di non fare compromessi sulla coltivazione sostenibile in cantina senza additivi.


La tradizione è magnifica e dovrebbe essere onorata come fonte di conoscenza. È un regalo che proviene da chi c’è stato prima di noi, ma non dovrebbe essere seguita ciecamente se ciò significa danneggiare i posteri.

Ci racconti la tua giornata tipo?

La mia giornata tipo è diversa a seconda della stagione. In inverno controllo il raccolto nel vigneto. Calcolo a mente quanto pioggia cade – un fattore limitante in California – per sapere come andranno i vini nella successiva stagione di crescita. Mi aggiorno sugli affari e do fondo ai miei risparmi, stando molto attenta dal momento che il mio business è ancora giovane. Incontro amici che lavorano nel settore e vado alle fiere del vino (quando il Covid lo permette). Quando non gioco con il mio bambino di due anni o non faccio delle passeggiate sulla costa di Sonoma, provo a riposarmi il più possibile per la stagione a venire. Faccio sì che anche i vini della vendemmia più recente riposino, senza assaggiarli troppo, conscia che devono passare la loro “fase adolescenziale”. Meglio lasciarli per i fatti loro.


In primavera, che a Mendocino è molto breve, applichiamo due volte la polvere di zolfo elementare per eliminare la muffa e coltiviamo il suolo una volta se piove molto, o due volte in caso sia stato un inverno asciutto. È una cosa che va fatta rapidamente, prima che le fronde delle nostre viti ad alberello crescano formando una foresta intricata che impedisce ai trattori di passare fra le fila, rendendo complicata l’operazione per un essere umano che non abbia un falcetto. In primavera io e Tim, il mio assistente per la produzione di vino, assaggiamo i vini freschi e usciti in anticipo così da determinare i blend e imbottigliarli. Ogni mese assaggiamo anche i vini con un elevage più lungo, botte dopo botte, per “iniziare a conoscerli”. Non vogliamo essere dei completi sconosciuti al momento del blend e dell’imbottigliamento.


Per tutto l’anno, ma in particolare in estate, passo del tempo coi miei due impiegati del settore marketing per pensare a modi creativi, accattivanti e divertenti per raccontare la nostra storia. Nella cantina, io e Tim escogitiamo progetti sperimentali (come un vino naturale per fare spritz e aperitivo a partire dai limoni Meyer che crescono in zona o un vino da dessert chiamato Diluvio fatto dopo che un lotto era andato male nel 2018). A casa, la cucina (e la doccia) sono all’aperto, quindi d’estate cucino molto. Quando fa troppo caldo ci rifugiamo al Russian River per una nuotata o alla Redwood Forest per una passeggiata, anche nel mezzo della settimana lavorativa.

Quando arriva il primo di agosto prepariamo la cantina per le prime uve durante la settimana, lo Zinfandel dalla Contra Costa County. Le mie giornate fra agosto e novembre sono più prevedibili, ma di solito non le pianifico fino alla sera prima. Controllo i vigneti, molti dei quali sono a un’ora di distanza dallo stabilimento in qualsiasi direzione, decido le date per la raccolta, faccio il vino e non rispondo alle email ;-) Io e Tim lavoriamo sei giorni a settimana, solitamente da prima dell’alba fino al tramonto, con una lunga pausa per fare una tavolata ben imbandita per pranzo allo stabilimento insieme ai raccoglitori tirocinanti e agli altri produttori vinicoli con cui condividiamo la cantina. Alterniamo il lavoro durante il settimo giorno cosicché ci spetti un sempre un riposo ogni due settimane. Il raccolto è sfiancante, stimolante ed è la parte dell’anno che preferisco. Lavoriamo con molte varietà di tanti diversi microclimi e facciamo circa diciotto cuvée all’anno, ragione per la quale il nostro raccolto dura tre mesi. Anche se non ho una “giornata tipo”, immancabilmente, in una mattina di ottobre con 0 gradi, quando portiamo dentro il vecchio vitigno Colombard per il nostro blend Honeymoon di bianco ho un sorriso stanco e soddisfatto sul volto: sono le ultime uve della stagione.



Una curiosità: le etichette sulle tue bottiglie. Chi le crea e cosa rappresentano?


Carolynn Haydu, un’artista e amica con base a Oakland si occupa della gran parte delle etichette. Tinge, dipinge, colora e crea collage magnifici e molto astratti di stampe botaniche provenienti dalla California. Mentre molti produttori vinicoli si concentrano sul discutere del gusto e dell’odore di un vino, io sono ossessionata dal carattere dei miei vini e di come suscitino una risposta in chi li beve. Penso che il lavoro di Carolynn sia incredibilmente stratificato, molto evocativo e dotato di una grana magnifica; ero molto onorata quando si è proposta di occuparsi delle grafiche.


Le etichette dei miei vini giovani e freschi Post Flirtation sono disegnate da mio marito, Jon Patch. Gli amanti che vi sono raffigurati rappresentano un amore dolce, leggero e senza freni tra esseri senza età e senza genere. Alcune persone pensano si tratti di due lieviti in amore, il che è comunque fantastico. Questi vini sono fatti per chi li beve, quindi l’etichetta è aperta all’interpretazione di ognuno! L’unica cosa che volevo davvero comunicare era la gioia del vino e mostrare come sia adatto a tutti, non solo a una élite. Il Patatino nouveau, anche questo illustrato da mio marito, è stato fatto per la prima volta nel 2019 e imbottigliato il giorno in cui sono entrata in travaglio per mio figlio. Era il momento di allargare la famiglia.


Non fa parte della domanda, ma credo sia un ottimo momento per dire quando grande sia stato il supporto di mio marito verso di me e la mia attività. Ho iniziato a lavorarci prima di incontrarlo, ma fin dagli inizi della nostra relazione Jon ha sempre fatto il possibile per aiutarmi a realizzare il mio sogno, senza mai prendersi i meriti per il suo supporto. Un brindisi a tutte le persone là fuori che trovano sexy le donne forti!


Questa intervista è nata dalla collaborazione con Compagnia dei Caraibi, che cura la distribuzione dei vini di Martha Stoumen in Italia. È stata tradotta da Francesco Cristaudo, un traduttore della cui collaborazione mi sto avvalendo grazie al supporto di chi ha deciso di sostenere i miei progetti tramite la membership. Grazie!